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Arezzo, parla Manzo: “Visione, lavoro e identità. Ora serve tutta la città per costruire il futuro”
In un momento cruciale della stagione e del percorso societario, il presidente della S.S. Arezzo Guglielmo Manzo traccia all’house organ della società una linea chiara tra presente e futuro. Nell’intervista rilasciata ad Amaranto Channel, Manzo affronta i temi chiave del progetto amaranto: stadio, campionato, mercato, settore giovanile, tifoseria e crescita interna. Ne emerge il ritratto di una società che ha scelto metodo, competenza e appartenenza come bussola. Vi proponiamo un estratto delle dichiarazioni del presidente Manzo.
Presidente, stadio e campionato: a che punto siamo?
Manzo: «Siamo fiduciosi che nelle prossime settimane si possa arrivare al Consiglio comunale decisivo. Lo stadio è il progetto più importante per Arezzo degli ultimi anni. Sul campo, invece, restiamo con i piedi per terra: sette punti sono un bel margine, ma abbiamo ancora scontri diretti pesanti. Ai ragazzi ripeto di considerarci sempre sfavoriti: solo così possiamo dimostrare il nostro valore».
La partita con il Ravenna può essere uno spartiacque?
Manzo: «Ragiono al contrario: noi abbiamo giocato col Carpi e poi ci fermiamo, mentre loro scendono in campo. Il primo marzo può diventare una data importante se il distacco resterà significativo. Ma è un campionato falsato: arriviamo a quello scontro con una partita in meno. Ci sono regole da riscrivere sulla continuità dei progetti sportivi, altrimenti ogni anno paghiamo defaillance che falsano i tornei».
Da imprenditore a presidente: cosa l’ha sorpresa di più?
Manzo: «Pensavo fosse un’azienda come le altre. Invece una società di calcio vale dieci aziende insieme, con problemi amplificati. La metodologia dello staff tecnico mi ha stupito: ogni giorno imparo qualcosa. È impegnativo, ma bellissimo. Vincere una partita della tua squadra non ha paragoni».
Il mercato e il metodo: il lavoro del direttore Cutolo
Manzo: «Nello sta facendo un percorso straordinario. Ha un modo unico di leggere i giocatori e spesso mi fa fare nottate in bianco. Alla prima telefonata, per me, un giocatore deve dire subito sì all’Arezzo. Poi ho imparato che esistono dinamiche familiari da rispettare. Il lavoro fatto è stato pazzesco: prima gli uomini, poi i calciatori. Inserire nuovi elementi in un gruppo così sano non era semplice, ma oggi sembrano insieme da vent’anni».
Un mercato per alzare l’asticella?
Manzo: «Abbiamo cercato quel 10-15% in più per non arrivare corti tra squalifiche e infortuni. Nel girone d’andata il centrocampo è stato martoriato. Speriamo di avere continuità: il nostro percorso è costruito sul “gioco delle coppie”».
Settore giovanile: il vivaio è centrale
Manzo: «Quando siamo arrivati non c’era un vero settore giovanile. Abbiamo ricostruito da zero. I processi richiedono tempo: due anni solo per rimettere in piedi un’organizzazione credibile. Oggi abbiamo giovani stabilmente in prima squadra e altri che crescono in Serie D. Siamo al 50% del potenziale, ma i segnali sono incoraggianti».
Tifoseria e città. Il rapporto con i tifosi
Manzo: «La curva è fantastica e fa la differenza. Rispettiamo le loro scelte, anche quando sono difficili. C’è però una parte della città che dà tutto per scontato. Abbiamo bisogno di tutti. Uno stadio con meno di tremila ingressi per una capolista non è una bella immagine. Capisco le attenuanti – stadio vecchio, orari – ma da presidente spero, per la prima volta in sei anni, di vedere il Comunale sold out».
Perché puntare su Dezi in un ruolo diverso?
Manzo: «Jacopo incarna l’appartenenza. È sempre stato presente, anche nei mesi difficili. Quando abbiamo capito che il rientro sarebbe stato complicato, in venti secondi abbiamo deciso di trovargli una collocazione. Cresciamo anche costruendo figure interne: prima la struttura, poi i risultati. È una scelta giusta e meritata».
Dalle parole del presidente Manzo emerge una linea netta: programmazione, competenza e identità. L’Arezzo cresce come club prima ancora che come squadra. E ora, per completare il percorso, serve l’abbraccio pieno della città ad una società e ad una squadra che meritano la categoria superiore.




