Fumo negli occhi

. Inserito in Sanità

Ultima settimana di una vicenda che non avrei voluto raccontare mai; e invece ora mi trovo a riassumerla qui, dato che è ancora in atto e temo possa riguardare noi tutti di persona
Ovvero, quando mi tocca di assistere ad annunci istituzionali pubblici che anticipano con squilli di trombe campagne di screening di massa anti-contagio a base di test sierologici del tipo “pungidito” – chiamati peraltro dal mio primo cittadino “tamponi sierologici” con un’intorcinata contraddizione nei termini pregna di evocativa fantasia – e quando noto che quasi tutto il giornalismo locale fa solo da ripetitore a certi proclami istituzionali senza azzardarsi mai neppure a tentar l’ardire di una semplice domanda controcorrente, mi sento mancare l’aria e riesco a chiedermi soltanto: “ma fare domande non era in fondo il mestiere del giornalista? E pubblicarle insieme alle risposte non era forse il mestiere dell’editore?”
Nostalgia per i mestieri in via di estinzione a parte, la domanda quindi la butto giù da me: «Quale può essere la validità e quindi il senso di uno screening di massa condotto adesso e basato su test sierologici “pungidito”?»
Mi sono fatto la domanda, dunque ormai posso anche darmi la risposta da solo, così non polemizzo con me stesso: “NESSUNA!”
Una spiegazioncina corta corta: per test sierologici si intendono quelli che servono a rilevare la presenza nel sangue di anticorpi che l’organismo può aver prodotto contro il virus, dunque una prova indiretta del fatto che quell’organismo è entrato in contatto con quel virus in un tempo più o meno lontano. Non possono dire se l’organismo sia infetto in quel momento, né se sia contagioso, né se si stia ammalando di Covid. E non possono neanche escluderlo, naturalmente. Inoltre sono afflitti da una considerevole imprecisione nel risultato, con un alto tasso di falsi positivi o falsi negativi. Infine, non dicono da quanto sia in atto un eventuale positività, cioè quando con precisione si sia entrati in contatto con il virus. In breve, non sono in alcun modo diagnostici!
Ma allora a che servono, se è così lunga la lista delle cose a cui non servono? Sono utili statisticamente, in indagini di sieroprevalenza su ampie fasce di popolazione, con valore dunque epidemiologico, ad esempio per interpretare le tracce lasciate dal virus e cercare di individuare precocemente le linee di contagio che sta seguendo in una nazione.
Tra l’altro, già per queste loro caratteristiche, tali test avrebbero forse avuto un qualche senso quando il contagio era basso, come nella scorsa estate, se non altro per contribuire ad evitare che risalisse. Ma adesso?
Beh, forse a qualcuno è venuto in mente il classico “meglio qualcosa di niente?” Ah si? Vediamo.
Prendiamo il problema dell’errore nel risultato: una semplice formuletta permette di prevedere quanti falsi positivi verranno generati, in base all’accuratezza del tipo di test. Come è facile constatare, i falsi positivi possono essere – se va bene – almeno altrettanti dei veri positivi. Significa che, per ogni 250 positivi veri, ne saranno rilevati comunque come positivi (nel migliore dei casi) anche altri 250 che invece non lo saranno. Ossia avremo 500 “positivi”! Che andranno tutti testati con tampone molecolare classico – che è tutt’altra cosa – per la doverosa conferma diagnostica. Generando insomma la necessità di un 50% di tamponi molecolari che andranno così sprecati e potrebbero invece essere risparmiati per impieghi più mirati (in un periodo in cui ce n’è sempre un così disperato bisogno e tocca già constatarne una cronica penuria).
Quindi no: talvolta “qualcosa” non è affatto meglio di niente. Talvolta è meglio “niente”!
Quanto alle false negatività basti pensare intanto che ogni falso negativo se ne andrà in giro tutto contento di essere risultato comunque negativo, mentre potrebbe invece essere contagioso senza saperlo. Sembrerà puerile, ma chi in mezzo alla gente ci sta sa che le cose vanno così.
A livello sociale in ciò s’inserisce inoltre perfino un rischio, che può apparire più sottile ma proprio per questo rivelarsi come il più drammatico: quello di una falsa convinzione d’invulnerabilità che può cogliere la gente comune, quel tipo di persone per intenderci – e sono ahimé prevedibilmente la maggior parte – che già faticano a mantenere nitida la distinzione tra un test dotato di valenza diagnostica e un altro che ne è completamente privo! (Quanti prenderanno l’esito di negatività al sierologico come un timbro di qualità della propria salute, abbandonando così – consapevolmente o meno – precauzioni e cautele?)
Ora, nei giorni scorsi e forse pure in questo stesso momento, l’intera faccenda – anche grazie alle competenze e alla sensibilità di qualche raro divulgatore scientifico come Sergio Pistoi che ama ancora accorgersi dei problemi prima che ci piombino addosso – è salita agli onori della cronaca.
E abbiamo da un lato un Comune il cui assessorato di pertinenza rivendica, a conferma della validità dell’iniziativa – che consiste in 8.500 test sierologici pungidito ad altrettanti bambini in età scolare, con tanto di lettera del Provveditorato già recapitata ai relativi genitori – un sostanziale avallo da parte dell’ASL; e dall’altro una prima “risposta” di quest’ultima che, in buona sostanza, non fa che assicurare di aver disposto un supporto logistico in forma di disinfettante e cotone idrofilo in sufficienti quantità.
Nessuna valutazione di merito, almeno inizialmente, sul senso dell’iniziativa.
Né sul fatto che i test realmente diagnostici avrebbero potuto essere eventualmente, in alternativa ai tamponi molecolari classici, i tamponi antigenici rapidi ripetuti (di cui ci sono già in giro spiegazioni ed esempi ma basti qui sapere, per esigenza di sintesi, che non c’entrano assolutamente nulla con i sierologici! E se seguite attentamente il suddetto Sergio Pistoi – cercatelo sul web – capirete molte cose in merito, divertendovi anche…).
Qual è dunque la finalità dell’iniziativa? E’ o non è “diagnostica”? Se non lo è, è stato sufficientemente chiarito ai genitori? E se voleva avere almeno una valenza epidemiologica e dunque trattasi di studio clinico, perché l’ASL si sarebbe limitata a un appoggio a base di cotone e disinfettante? Oppure perché non ne ha preso con maggior chiarezza le distanze?
Al montare del dubbio e delle attenzioni in merito – finalmente – da parte di qualche media locale, ecco che giusto qualche sera fa si aggiunge un tassello per nulla trascurabile: in un secondo comunicato ASL, stavolta della direzione di distretto sanitario di zona, si legge, oltre alla riconferma dell’appoggio logistico cotonato e disinfettato, anche quanto segue: “si precisa che tali test non hanno valore diagnostico”.
E’ un primo passo. Ma può bastare? Non direi proprio, visto che, a quanto se ne deduce, delle due l’una: o si tratta di inappropriata diagnostica oppure di uno studio epidemiologico su persone (bambini, per di più, in questo caso), ma in entrambe i casi nel territorio di pertinenza dell’ASL, da cui ci si aspetterebbe quindi un intervento di ben altra tempra.
Tanto che, in effetti, qualcos’altro arriva: l’ulteriore precisazione televisiva locale d’un paio di sere fa da parte del direttore generale ASL Sudest Toscana che ha definitivamente spiegato come l’operazione si basi su test inappropriati (compresa la conseguente quarantena obbligata in attesa dell’esito tampone per i bimbi risultati positivi al pungidito… salvo glissare sul problema dei falsi positivi e dell’ulteriore, inutile aggravio in tamponi e restrizioni che comporterà a carico di intere scolaresche, famiglie ecc).
Ma allora perché l’ASL, pur prendendo le distanze dall’iniziativa, si limita al “fate vobis”, invece d’intervenire per impedirla? O invece di convincere il partner istituzionale a riconvertirla in una diversa configurazione a base magari di tamponi antigenici?
Soprattutto mi chiedo ancora, come credo che in molti si chiedano: perché in tutta la comunicazione istituzionale che è uscita circa questo screening si è continuato di fatto a lasciarne trapelare in maniera equivoca un’aspettativa anche diagnostica, quando non poteva averne alcuna, e non si è cercato piuttosto di risolvere una tale spontanea credenza popolare – magari semplice e comprensibile propensione dettata dalla paura – alimentando così una confusione perfino socialmente pericolosa?
Siamo forse al più infimo, trito e ritrito “fumo negli occhi?” Non voglio crederlo a priori, mi parrebbe troppo brutto. Ma attendo un chiaro conforto al mio desiderio profondo di sbagliarmi.
A scanso di maldestre attribuzioni al sottoscritto, dico subito che rifiuto a priori qualsiasi etichettatura politica di quanto scritto sopra! E, anche a riprova del fatto che in tema di pandemia diventa osceno suddividere i problemi in punti di vista di differenti provenienze politiche, ho cominciato a dubitare che dai banchi dell’opposizione sarebbero potute arrivare idee tanto migliori: di certo non è arrivata alcuna seria presa di posizione che pretendesse con tempestività almeno i dovuti chiarimenti.
Senza contare che in molte altre zone d’Italia, di ogni colore politico, la scelta per screening del genere è stata correttamente orientata proprio su quei tamponi antigenici rapidi di cui sopra, dal costo tra l’altro ormai non troppo superiore ai sierologici pungidito e soprattutto concretamente diagnostici, dunque adatti allo scopo, al contrario degli inutili sierologici. (Evitando di pensare a lontananze, cito uno per tutti solo il vicino esempio di Montevarchi, con un Comune capeggiato dalla stessa area politica del nostro, dove è già in atto uno screening sulla popolazione residente a base – appunto – di tamponi antigenici…).
Nell’attesa di quanto auspicato – e sperando di leggerlo in ulteriori doverosi comunicati ufficiali, non certo sui social tramite piccate e sibilline risposte di assessorini ai “soliti curiosoni” come me, dato che la questione è di rilevanza e delicatezza ben più importanti dei singoli individui – grazie a chi ha voluto leggere fin qui. E ciao alla prossima!

Tags: Coronavirus test

Romano Barluzzi

Romano Barluzzi

Highlander dalle molte vite, tra cui ne spiccano due - da tecnico sociosanitario e da istruttore subacqueo - coltivo con inguaribile curiosità la passione per i mestieri più a rischio d'estinguersi, perciò mi ostino a fare il giornalista.