Le stazioni, quei caselli dove iniziavano le autostrade della fantasia, tornino porte aperte sul territorio

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Carlos Ruiz Zafón, grande scrittore catalano recentemente scomparso, fece dire, a un personaggio di un suo libro: “Avevo sempre pensato che le stazioni ferroviarie fossero tra i pochi luoghi magici rimasti al mondo...

E’ vero, le stazioni sono luoghi magici, quelli dove un tempo, accade ancor oggi, seppur di rado, i nonni andavano con i nipotini a “vedere passare i treni”.
Erano una specie di porto franco, dove finiva un mondo e ne iniziava un altro e i binari regalavano una possibilità di libertà perché, come una lunghissima spina di pesce, collegavano con ferro, bulloni e longherine le sponde del Mediterraneo a Capo Nord. Se uno avesse avuto pazienza, tempo e buone gambe, avrebbe potuto seguire la ferrovia e arrivare in quasi tutti i posti della vecchia Europa.
Le stazioni erano i caselli dove iniziavano le autostrade della fantasia. Le stazioni, più ancora dei confini, rappresentavano la linea estrema di un paese, quando salivi in treno, appartenevi solo a lui.
Oggi questa poesia si è spenta e “le stazioni hanno perso la loro anima”, in nome di un progresso che non ha aumentato la velocità dei treni, almeno sulle linee secondarie. Si è spenta in nome dell’economia globale che ha livellato le distanze, ma ha fatto perdere di vista quello che rende accettabile, gradevole e digeribile la vita.
L’alta velocità è una bellissima cosa, è un tuffo nel futuro ma penalizza i piccoli paesi, rendendoli, per il passeggero, più lontani di un viaggio a Singapore, l’alta velocità costringe le linee secondarie a chinare il capo come servi davanti al padrone.
Io penso ai piccoli paesi, per cui le stazioni rappresentavano una finestra sul mondo e oggi cosa sono diventate?
Nel migliore dei casi dei non luoghi, dove fare il biglietto da una macchinetta automatica, nel peggiore dei posti degradati.
Che fare? Intanto restituire alle stazioni il loro significato, autentico: ci vogliono treni per far funzionare le stazioni, vagoni e motrici che colleghino la fitta rete dei paesi con i grandi terminali dove passano le frecce di tutti i colori. Ci vogliono servizi, una stazione senza biglietteria, senza bagni, senza nulla che la renda viva, è solo una scatola vuota. Ci vogliono punti d’informazione che dicano al viaggiatore dove si trova, quello che può incontrare, appena varcata la porta. Le stazioni devono tornare a essere porte aperte sul territorio. Perché, come ricordava Tiziano Terziani, “quale altro posto, meglio di una stazione, riflette lo spirito di un paese, lo stato d’animo della gente, i suoi problemi?
Se una stazione non respira, vuol dire che anche la vita della gente è soffocata.

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Paolo Brandi

Paolo Brandi

Laureato in filosofia a Pisa e in storia a Siena. Amante dei cani, dell'Inter e della Sicilia. Fin da piccolo impegnato in politica ma col tempo ha assunto un atteggiamento più contemplativo.