Liliana Segre, chi respinge la cittadinanza coerente. Almeno sappiamo di che pasta è fatto

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Sulla cittadinanza onoraria, concessa da centinaia di comuni, alla senatrice Liliana Segre, il barometro della politica oscilla tra bonaccia e tempesta.

Bonaccia laddove l'inerzia delle idee e l'ipocrisia si uniscono, per concedere unanimemente il riconoscimento. Tempesta di tuoni e lampi laddove si respinge la proposta.

L'inerzia è di una sinistra obbligata, dal vuoto culturale/politico, ad aggrapparsi al passato per rimanere a galla. Attenzione, io non considero la storia della senatrice Segre superata, a lei va il mio più grande rispetto. L'eccezione che faccio è alla vacuità di chi, oltre il riconoscimento simbolico, non si pone il problema del perché, nelle nostre comunità, avanzino, come tir fuori controllo, idee che fino all'altro giorno ci si vergognava perfino di pensare.

Possibile che la gente sia tutta impazzita? Non lo credo. La pazzia non è una malattia trasmissibile. Allora accanto alla riaffermazione della memoria ci vuole ben altro. Possiamo dare centomila, un milione di cittadinanze onorarie a tutte le vittime dei "totalitarismi" ma se, alla fine, non si riescono a offrire risposte su disuguaglianza, diritti, doveri e sicurezza, i nostri buoni sentimenti possiamo metterli a friggere in padella.

Anche perché la destra di questo Paese è furba come una volpe. In altri tempi, di fronte a una proposta come quella della cittadinanza alla senatrice ebrea e deportata, avrebbero tirato fuori mille distinguo. Oggi no, danno il via libera, perché sanno che tra due giorni sarà tutto dimenticato e loro potranno tranquillamente tornarne a inaugurare le sedi di chi nega perfino l'olocausto. Sono gli stessi simulatori che esaltano i valori della resistenza nei convegni e poi vanno a braccetto con gli eredi ideologici di Pavolini. Sia a destra sia a sinistra, quando si parla di storia, sembra di stare dentro un gioco di specchi: shoah, foibe, gulag, fosse comuni, i massacri di Srebrenica e quelli di Pol-Pot, una gran confusione che alla fine serve solo ad annebbiare le idee.

In questo quadro, invero piuttosto desolante, non mi sento di disprezzare fino in fondo chi scatena la tempesta respingendo la cittadinanza onoraria. Almeno sono coerenti e sappiamo di quale pasta son fatti.

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Paolo Brandi

Paolo Brandi

Laureato in filosofia a Pisa e in storia a Siena. Amante dei cani, dell'Inter e della Sicilia. Fin da piccolo impegnato in politica ma col tempo ha assunto un atteggiamento più contemplativo.