Politica
Nuovo sindaco, irrompe Maurizio Bianconi: «Arezzo ha bisogno di un babbo o di una mamma»
Arezzo – In vista delle elezioni amministrative di Arezzo 2026, nel confronto sempre più acceso sulla scelta dei candidati a sindaco, si inserisce una riflessione destinata a far discutere. È quella di Maurizio Bianconi, noto avvocato aretino, che dopo un periodo di “distanza” dalla città è tornato a viverla e osservarla da vicino, con lo sguardo critico di chi ama profondamente il luogo da cui proviene.
Bianconi è stato ad Arezzo per due giorni in occasione della presentazione del suo ultimo saggio, Geopolitica e realpolitik – un’occasione da non perdere (ed. lavocina.it & amazon.it). Un ritorno non soltanto professionale, ma emotivo e civile. «Ho girato la città a piedi e in macchina per ore e ore – racconta – ho parlato con le persone, ascoltato gli umori, osservato. Con l’occhio di chi guarda il suo più grande amore dopo molto tempo trascorso lontano».
All’incontro sul libro era presente anche il giornalista Gigi Alberti, invitato dallo stesso autore a tenersi lontano dalle polemiche locali. Una scelta precisa: evitare che le “risse” della politica territoriale – quel gorillaio che Bianconi richiama citando l’intelligenza politica di Gigi Polli – potessero inquinare il senso di un confronto culturale che l’autore definisce «di rara bellezza».
Eppure, proprio quel contesto urbano e sociale non poteva restare sullo sfondo. Bianconi chiarisce di non voler entrare nel dettaglio delle singole osservazioni o delle conversazioni avute: «Non sarebbe giusto né opportuno». Ma il giudizio complessivo è netto. L’avvocato parla di un ritorno con «il cuore gonfio» e con negli occhi «un degrado e un grigiore» già visti altrove: città con periferie deteriorate, centri abitati che, per storia e per stratificazioni di malgoverno, vivono una condizione di abbrutimento quasi permanente.
Un tempo, ricorda, Arezzo era la Golden City. «Scrissi che al primo riflusso sarebbe diventata Dodge City». A trasformarla in Tombstone, sostiene, avrebbe contribuito una classe dirigente più attenta a palazzi, villette e opere pubbliche impattanti – spesso incompiute o mal realizzate – che all’anima della comunità. A ciò si sarebbero aggiunte condizioni nazionali sfavorevoli, un’immigrazione malgestita e un sistema burocratico inefficiente, con responsabilità che l’autore estende anche a prefetti e questori non all’altezza. Il risultato: la fine dell’“isola felice” e la nascita di un “mini Bronx” persino in aree centrali, «in uno spazio grande come tre o quattro campi da calcio».
Alle obiezioni di chi sottolinea turismo, eventi natalizi e il traino del settore orafo, Bianconi replica con decisione. I turisti, osserva, «guardano in alto», non vedono buche, facciate degradate, fondi sfitti. Quanto all’oro, precisa, non è crescita strutturale, ma semplice effetto dell’aumento del prezzo internazionale.
Il punto politico arriva qui: «Arezzo oggi cerca un sindaco. Sembra che un sindaco non ci sia». La politica locale, secondo Bianconi, soffre di un impoverimento dei ranghi e di un discredito diffuso. Lasciare posizioni professionali solide per un ruolo privo di reale potere, esposto a rischi giudiziari e a problemi complessi, appare sempre meno attrattivo. Il tutto senza il supporto di una comunità che, ammette, non sempre ha dimostrato spirito collaborativo e senso del bene comune.
Da questa diagnosi nasce la proposta, tanto semplice quanto radicale: alla città «non serve fuffa né sparpaglio mediatico». Serve «un babbo o una mamma». Figure amorevoli e umili, pienamente consapevoli del ruolo, collaudate per onestà, senso civico e competenza amministrativa. Persone mature, senza ambizioni ulteriori, né giovani rampanti né figure in attesa di un dignitoso rimessaggio politico.
«Non Superman o Superwoman – insiste – ma qualcuno che metta un piede dietro l’altro, innamorato della propria creatura, la città». In un tempo di crisi, è la metafora del “buon pastore” a tornare centrale: l’esempio, l’amore identitario, la cura quotidiana possono invertire la rotta che porta alla retrocessione e avviare una convalescenza lunga ma possibile.
La ricetta finale è chiara: pochi partiti, poca politica romana, moltissima politica di comunità. I candidati con queste caratteristiche, afferma Bianconi, «ci sono, sottomano e facilmente identificabili». Occorre liberarli da maneggi e magheggi, seguire il merito, il disinteresse personale, il bene collettivo.
Arezzo, conclude, «ha fin sopra i capelli di popponi e di “doddici”». Ha bisogno, piuttosto, di una guida sobria, silenziosa se necessario, capace di occuparsi sempre e soltanto della famiglia più grande: la città e la sua comunità.




