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lunedì | 12-01-2026

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Economia

Come sarà il 2026? Tra artigiani e piccole imprese regna l’incertezza

È l’incertezza il tratto dominante con cui artigiani e piccole imprese guardano al 2026. A certificarlo è una recente indagine condotta dalla CNA su un campione di 2.500 imprenditori distribuiti su tutte le province italiane, compresa quella di Arezzo. I risultati restituiscono un clima di prudenza diffusa, che coinvolge fatturato, esportazioni, occupazione e investimenti.

«Il nostro territorio si rispecchia pienamente in questo quadro», spiega il presidente di CNA Arezzo, Fabio Mascagni. «Viviamo uno stato generale di incertezza alimentato dal contesto internazionale, segnato da guerre, tensioni geopolitiche e commerciali. A questo si sommano criticità strutturali che pesano quotidianamente sulle imprese: burocrazia, costo del denaro, carenze infrastrutturali materiali e immateriali, costo del lavoro e mancanza di manodopera».

Un insieme di fattori che rende difficile la programmazione nel breve e medio periodo e che frena la propensione agli investimenti.

«Il sistema economico – prosegue Mascagni – continua a poggiare sulla forza della rete di micro, piccole e medie imprese ed è proprio questa ossatura a subire maggiormente gli shock esterni e l’aumento dei costi». Emblematico, per il territorio aretino, è il peso del prezzo dell’oro sul distretto orafo e la crisi del settore moda, che sta portando a chiusure aziendali con effetti rilevanti sull’occupazione. «Nonostante tutto – conclude – gli artigiani e i piccoli imprenditori restano a presidiare i territori, dove altri scelgono di scappare».

Dal punto di vista delle aspettative macroeconomiche, quasi un imprenditore su quattro prevede una crescita dell’economia italiana, mentre il 23,2% si attende un andamento negativo. Tuttavia, l’incertezza aumenta sensibilmente quando lo sguardo si sposta sulla singola impresa: oltre il 58% non si sbilancia, il 26,1% prevede un peggioramento dei risultati e solo il 15,5% ipotizza un miglioramento.

Anche sul fronte degli investimenti prevale la cautela: quasi il 40% degli imprenditori prevede una riduzione della spesa, mentre soltanto una impresa su sei programma un aumento degli investimenti in beni strumentali. Sul versante occupazionale, circa il 70% prevede stabilità degli organici, il 20% una riduzione e appena il 10% un incremento, nonostante le persistenti difficoltà nel reperire manodopera qualificata.

«Fermare gli investimenti è però rischioso in una fase caratterizzata da una forte introduzione di nuove tecnologie – avverte Mascagni – così come ridurre gli organici potrebbe aggravare, in futuro, il problema del reperimento delle professionalità, qualora il ciclo economico dovesse rafforzarsi».

A livello settoriale, le previsioni più negative riguardano la manifattura, penalizzata soprattutto dalle difficoltà del tessile-abbigliamento e dell’automotive. Nei servizi il quadro appare più equilibrato, con una sostanziale parità tra aspettative positive e negative, mentre nelle costruzioni prevale un orientamento positivo in oltre il 30% del campione.

Interessante infine la lettura per classi di età: il pessimismo cresce con l’aumentare dell’età degli imprenditori, mentre gli under 40 mostrano una visione decisamente più fiduciosa. Poco oltre il 30% dei giovani imprenditori prevede un andamento positivo dell’economia e quasi il 40% stima per il 2026 risultati aziendali in crescita.

«Questo sentiment positivo dei giovani merita una riflessione – conclude Mascagni – soprattutto sul tema del ricambio generazionale e sullo scarso sostegno a chi vuole avviare una nuova impresa. Solo il 6,6% degli under 40 è subentrato in attività già esistenti. Servono bandi specifici per nuove imprese e start-up, ma anche una maggiore sensibilità del mondo del credito. È necessario costruire un’alleanza tra politica e sistema bancario per consentire ai giovani di fare impresa nel nostro Paese, senza essere costretti a cercare opportunità all’estero».

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