Diario di Bordo
Cercando l’invisibile: il 20% dei poveri lavora. Quando i numeri parlano di persone
Ci sono notizie che non hanno bisogno di titoli altisonanti né di slogan. Ci chiedono, semplicemente, di fermarci.
Il Rapporto diocesano sulle povertà 2024, presentato dalla Caritas diocesana in collaborazione con l’associazione Sichem, è una di queste.
Il documento — significativamente intitolato “Cercando l’invisibile” — fa emergere ciò che spesso rimane ai margini del nostro sguardo: le fragilità quotidiane, silenziose, che abitano accanto a noi.
Sono oltre 2.000 le persone accolte nell’ultimo anno: non un esercito anonimo, ma storie, fatiche, tempi sospesi.
E il dato che più interroga la coscienza civile è la crescita della cosiddetta “fascia grigia”: 378 persone che per la prima volta hanno chiesto aiuto. Non erano “nel circuito” dell’assistenza, non appartenevano a un profilo sociale etichettabile. Erano, semplicemente, persone che non ce la facevano più a farcela da sole. Una soglia che si varca con fatica, spesso con vergogna. È lì, forse più che altrove, che si misura la temperatura etica di una comunità.
Non è solo povertà economica
È diventato stabile nel tempo un nucleo di 1.500–1.600 persone accompagnate nel percorso di sostegno.
Ma ciò che cresce sono le situazioni complesse: non un solo problema, ma più problemi che si intrecciano — il lavoro che manca, l’affitto che pesa, la salute fragile, l’isolamento sociale, la famiglia che non regge.
Significative, nel Rapporto, le parole del vescovo Andrea Migliavacca:
«Questo strumento ci offre conoscenza, ma soprattutto ci chiede di passare dalle parole ai fatti nel vivere la carità».
E l’analisi del direttore della Caritas, don Fabrizio Vantini, è un monito per tutti:
«Siamo spesso disturbati dalla povertà perché interrompe la nostra normalità. Ma la responsabilità civica e umana ci chiede di non lasciare soli gli ultimi, fino a farli diventare invisibili».
I dati non sono cifre: sono campanelli d’allarme
Il Rapporto racconta una realtà composita:
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più di un terzo degli utenti è italiano;
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più della metà sono donne;
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quasi il 24% ha più di 60 anni;
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1.819 figli sono sostenuti indirettamente attraverso il supporto ai genitori.
Il 62,3% è disoccupato, ma un 20% lavora e, nonostante questo, non riesce ad arrivare a fine mese.
Questo è uno dei nodi della povertà contemporanea: chi lavora, ma non vive dignitosamente.
Colpisce anche il dato abitativo: il 58% è in affitto ed è proprio lì che spesso inizia la frattura — quando il costo della casa diventa più grande del reddito.
La rete Caritas–Sichem risponde come può, e molto:
23.401 pasti serviti, 263 buoni spesa, 399 visite mediche, 94 persone accolte nelle strutture residenziali, 70 profughi ospitati. Numeri che rassicurano sul fatto che nessuno è stato lasciato senza aiuto. Numeri che, allo stesso tempo, inquietano per il bisogno crescente.
E allora?
Un Rapporto non cambia la realtà.
Ma la rende visibile. E la visibilità è la condizione necessaria per agire.
Il nostro compito — come informazione locale — non è quello di giudicare, ma di ricordare.
Ricordare che la povertà non è una statistica: è un autobus che non si prende più, una bolletta non pagata, una madre che rinuncia alla spesa per comprare un farmaco, un uomo che non dice a nessuno che ha perso il lavoro.
La comunità — non solo la Caritas, non solo le istituzioni — è chiamata in causa.
Perché la povertà non è colpa.
È una ferita. E quando non la si guarda, peggiora.
Il Rapporto di quest’anno ha un titolo che è anche un imperativo morale: “Cercando l’invisibile”.
Sta a noi decidere se cercare — o distogliere lo sguardo.




