A sessant'anni da un eccidio dimenticato

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Alzi una mano chi conosce Kindu. Kindu è una città della Repubblica Democratica del Congo. Cosa accadde a Kindu l’11 novembre del 1961? Quel giorno, esattamente sessanta anni fa, tredici aviatori italiani furono uccisi.

Appartenevano tutti alla 46ª Aerobrigata di stanza a Pisa ed erano gli equipaggi di due C-119 che operavano nel trasporto di materiali per conto dell’ONU.
Perché furono uccisi? Complicato a dirsi. Ancor oggi non si conoscono le ragioni di quella violenza.
C’è da dire che a quell’epoca il Congo era completamente disgregato.
Le regioni occidentali, con la capitale Léopoldville, si trovavano sotto il controllo delle forze dello ANC di Mobutu, sostenuto dagli Stati Uniti.
Le regioni orientali erano sotto il controllo di Antoine Gizenga, che contava sul supporto dell'Unione Sovietica e del blocco orientale.
A sud la ricca provincia del Katanga era dominata dai secessionisti di Moise Ciombe, aiutato da contingenti di mercenari europei riforniti dai belgi.
Albert Kalonij controllava la parte del Sud Kasai anche se la sua posizione era debole a causa della mancanza di sostegno estero.
Una grande confusione e una guerra di tutti contro tutti, aggravata dal mescolarsi di fanatismo, divisioni tribali e primitiva violenza.
È in questa clima che matura il massacro. I fatti sono stati ricostruiti sulla base di poche testimonianze. I due velivoli da trasporto italiani atterrarono senza problemi all'aeroporto di Kindu, vicino al confine con il Katanga. Gli aeroplani trasportavano rifornimenti per i 'caschi blu' malesi della locale guarnigione. Dopo aver scaricato il materiale gli equipaggi uscirono disarmati dall'aeroporto per recarsi a una mensa dell'Onu. Mentre stavano pranzando furono sorpresi da un gruppo di militari congolesi. Forse vennero scambiati per mercenari bianchi, oppure si credette che portassero rifornimenti ai ribelli. Non si sa.
Fatto sta che nell'aggressione uno degli ufficiali fu immediatamente ucciso mentre gli altri vennero trascinati in prigione e poi trucidati.
I giornali scandalistici di allora, sulla scia di reali episodi di cannibalismo, accaduti in quelle zone, raccontarono che i corpi furono smembrati e venduti al mercato. Niente di tutto questo. Alcuni mesi dopo i caduti di Kindu furono ritrovati in una fossa comune e trasferiti in Italia.
Ho voluto ricordare questo terribile episodio perché, anche dopo sessant’anni, abbiamo il dovere di tener attiva la memoria, rammentando che la storia spesso si ripete, con il suo corredo di tragedie assurde e anonimi eroismi.

Tags: Kindu massacro

Paolo Brandi

Paolo Brandi

Laureato in filosofia a Pisa e in storia a Siena. Amante dei cani, dell'Inter e della Sicilia. Fin da piccolo impegnato in politica ma col tempo ha assunto un atteggiamento più contemplativo.