La vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana. Se lo sport non è per tutti

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Dopo le vittorie di Jacobs e Tamberi siamo tutti diventati velocisti e saltatori. E’ indubbio che affermazioni così importanti facciano bene allo spirito nazionale, specialmente se arrivano a completare un filotto iniziato con la vittoria dei Måneskin a Eurovision e della nazionale di calcio agli Europei. «Italia caput mundi» verrebbe da dire, anche se a chiudere il quadro manca ancora un premio Nobel.

Tuttavia qualcosa stona in questo giubilo generale, stride quel voler mettere per forza il cappello sulle vittorie da parte di taluni politici (indipendentemente dal colore), gente adusa più al gioco dell’asso pigliatutto che non alla fatica agonistica.
Non che anch’essi non debbano gioire per l’affermazione dei nostri colori, ci mancherebbe! Epperò questo marcare il terreno sol quando si vince, mi pare più che altro una conferma del vecchio detto che «la vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana». Tanto più questo è vero se si parla dell’atletica o degli sport ingiustamente considerati minori.
Io amo il calcio, al di là e oltre il suo significato sportivo, tuttavia non sono così cieco da non vedere come le poche o tante risorse pubbliche siano in gran parte destinate a questo sport.
Quanti impianti per l’atletica ci sono in provincia di Arezzo?
Per caso qualcuno di quelli che contano e che oggi ci sommergono di post entusiasti ha mai posto il problema se nel Pnrr, cioè nel pacchetto finanziario destinato alla crescita del post-covid, vi sia una quota destinata all’impiantistica sportiva extra calcio?
Eppure lo sport rientra a pieno titolo tra le funzioni educative per i giovani e tra quelle preventive della salute degli anziani. Per me lo sport andrebbe messo alla pari della digitalizzazione e della svolta verde in economia. Non è solo questione di corpo è anche questione di testa.
E’ la sfida destinata a cambiare una mentalità diffusa, perché questo è un paese dove ogni famiglia sogna di avere un Cristiano Ronaldo in casa, ma nessuno, o pochissimi, aspira ad avere un figlio che vince una medaglia d’oro nel lancio del martello. Tuttavia per far cambiare modo di pensare non bastano i buoni propositi, ci vogliono i fatti.
Cominciamo a considerare lo sport, tutto lo sport un diritto e stabiliamo che non è giusto che le famiglie debbano pagare fior di quattrini per mandare i figli in un campo da calcio, in una palestra o in un impianto di tennis. Per cui chi ha disponibilità fa sport e gli altri se ne vadano pure in mezzo a una strada.
Secondo, ci vogliono gli impianti. Ad esempio niente vieta che all’interno di un piano generale i comuni possano mettersi d’accordo per realizzare in ogni vallata della nostra provincia un impianto destinato esclusivamente all’atletica. Questo sarebbe un modo degno di celebrare le nostre belle vittorie. Altro che chiacchere!

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Paolo Brandi

Paolo Brandi

Laureato in filosofia a Pisa e in storia a Siena. Amante dei cani, dell'Inter e della Sicilia. Fin da piccolo impegnato in politica ma col tempo ha assunto un atteggiamento più contemplativo.