Commercio aretino in protesta virtuale per problemi reali Video

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I commercianti di Confesercenti si sono collegati online per far sentire la loro voce e il disappunto verso la proroga della chiusura disposta dal Dpcm del 26 aprile. Scrivono a Conte e chiedono di riaprire dal 4 maggio

All’unisono hanno manifestato le loro difficoltà per il protrarsi di una situazione che sta mettendo in crisi il settore del commercio, dei servizi, della ristorazione, dei pubblici esercizi e degli ambulanti. Il direttore di Confesercenti Mario Checcaglini e il presidente Mario Landini hanno raccolto sullo schermo i volti dei commercianti che hanno voluto dar vita alla protesta virtuale per far emergere un reale problema che sta attanagliando i negozi delle città e dei paesi di tutta la provincia di Arezzo. 

La mobilitazione virtuale ha infatti raccolto i volti noti del commercio aretino assieme ai colleghi della Valdichiana, della Valtiberina, del Valdarno e del Casentino.
Piccole aziende che vogliono tonare a vivere e a lavorare nel rispetto della sicurezza per poter andare avanti” dicono Mario Checcaglini e Mario Landini:

“Confesercenti ha voluto fare da megafono alle loro richieste e con la video protesta l’appello è stato rivolto al Premier Conte che con la proroga della chiusura ha ritenuto che i negozi fossero luoghi più insicuri rispetto alle fabbriche. Una assurdità”.

Ed ecco il testo della lettera rivolta al Premier:

“Presidente del Consiglio Conte, a lei piace definirsi nel ruolo di “Capo del governo rappresentante del popolo”. Questa definizione ispiratrice è importante ma obbliga a precise conseguenze di comportamenti e responsabilità, altrimenti è una vuota declamazione ad uso della propaganda.
Ha un significato preciso nei comportamenti di un capo di governo e tanto più oggi che si legifera prevalentemente con Dpcm, ovvero attraverso i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.
I provvedimenti sono perciò suoi e ne porta per intero la responsabilità.
La premessa per richiamarla alla responsabilità morale a cui si sarebbe dovuto attenere nelle decisioni assunte il giorno 26 aprile, con cui dispone che le attività del commercio non riapriranno il 4 maggio e altrettanto per i pubblici esercizi per i quali la riapertura si rinvia addirittura ai primi di giugno.
Mentre dispone la riapertura delle attività di produzione e di tutta la filiera ma non dell’anello finale: il commercio.
Quella responsabilità morale avrebbe dovuto considerare, nell’assumere il provvedimento del giorno 26 aprile. Avrebbe dovuto considerare infatti le ragioni del popolo formato da 12-13 milioni di persone il cui sostentamento e benessere dipende dalla prospettiva di ripartenza delle 5 milioni di piccole e piccolissime imprese da cui dipendono e in cui operano.
Queste imprese si attendevano molto da quel provvedimento, oggi si sentono tradite e sono arrabbiate.
Consideri che il popolo delle piccole imprese è un popolo operoso, non assistito, che fa del sacrificio un valore di vita, che non si abbatte ed è pronto a ripartire dopo ogni avversità, pur che gli sia consentito. Lei in questo momento non glielo consente. Per di più a fronte di nessun provvedimento di sostegno economico degno di questo nome: solo i 600 euro del mese di marzo.
Quel popolo lo ascolti.
Un suo Ministro ha affermato, in una pubblica dichiarazione affidata ad uno dei più importanti quotidiani del paese, che: “non si comprende il senso della riapertura della produzione senza la riapertura del commercio, terminale di sfogo delle merci prodotte”. Il Ministro ha poi concluso con una affermazione che è anche la nostra: “che senso ha produrre per riempire i magazzini”. “Che senso ha? Nessuno”.
Noi abbiamo la consapevolezza che si dovrà purtroppo convivere a lungo con la possibilità di contrarre il coronavirus. Perciò non possiamo considerare, come elemento necessario alla ripartenza, la sicurezza che il virus non circoli più in assoluto e non ci sia alcun pericolo. Non sarà così, purtroppo bene che vada, ancora per un tempo lungo.
Emanare un provvedimento di ripartenza di tutte le attività, che contenesse precisi protocolli di sicurezza e che indicasse sanzioni dure per chi non li rispetta, sarebbe stato legiferare con responsabilità e considerazione delle difficoltà delle persone che vivono nel mondo delle imprese.
Un provvedimento che assumesse come valore di riferimento il principio di responsabilità delle persone. Di quelle persone, di quel popolo, che dopo 60 giorni di duri sacrifici ha compreso fino in fondo cosa vuol dire convivere con il virus e che perciò rispetta le regole non perché soggetto a sanzione ma per il senso di rispetto della sua salute di tutti.
Quel popolo stesso che da tempo isola i comportamenti di coloro che non si adeguano alle regole e non rispettano i principi di sicurezza.
Presidente Conte, lei come tanti amministratori, sfugga il desiderio di accarezzare per interesse elettorale, più che per ragioni stringenti di sicurezza, le persone che non intendono correre il minimo rischio per paura vera o perché il loro benessere non dipende dalla sopravvivenza delle imprese e non vivono nell’inquietudine del domani. Noi abbiamo rispetto di queste persone e delle loro difficoltà ma loro non devono condizionare le vostre decisioni che riguardano tutti.
Signor Presidente siamo nelle sue mani, salvi le nostre famiglie, non faccia morire le nostre imprese!”.

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