Terziario aretino: meno negozi, più pubblici esercizi e strutture ricettive

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Confcommercio ha presentato oggi a Roma la quinta edizione dell'indagine sulla demografia d'impresa effettuata a livello nazionale. Negli ultimi dodici anni, dal 2008 al 2019, la città di Arezzo rispetta il trend individuato per le altre 119 città italiane esaminate.

Continua ad Arezzo l'emorragia di esercizi commerciali, a fronte di un aumento con percentuali a due cifre di bar, ristoranti e strutture ricettive. Lo conferma l'ultima indagine sulla demografia d'impresa nelle città italiane, effettuata per il quinto anno dall'Ufficio Studi di Confcommercio e presentata giovedì 20 febbraio a Roma.

"Arezzo è in linea con le altre città prese in esame dalla ricerca, 120 in totale", dichiara il direttore di Confcommercio Toscana Franco Marinoni, "ovunque ormai da oltre dieci anni a questa parte i negozi arretrano, sia nei centri storici sia fuori, mentre cresce il comparto legato al turismo e al fuori casa".

Entrando nel dettaglio, Arezzo ha perduto in dodici anni 129 attività commerciali passando dalle 1.329 del 2008 alle 1.200 di fine 2019. Le perdite maggiori si sono verificate fuori dal centro storico (-13%, -85 imprese in valori assoluti), ma ne ha risentito anche il centro storico (-6,5% di negozi, -44 unità in valori assoluti). A soffrire di più sono soprattutto alimentari, negozi di abbigliamento, calzature, mobili e articoli per la casa, cartolibrerie e ferramenta. E il calo riguarda anche il commercio ambulante, non solo quello in sede fissa. Di contro reggono bene - anzi sono in crescita - farmacie, tabaccherie, negozi di computer e telefonia. Riguardo all'ubicazione dei negozi, il centro storico resta l'area preferita su cui puntare per chi investe in un'attività commerciale.

Nello stesso periodo, sono aumentate di 121 unità le imprese del turismo, fra ricettività, bar e ristoranti, passati dai 504 del 2008 ai 625 del 2019. La crescita maggiore in termini assoluti (+69 unità, +27,7%) ha riguardato l'area esterna al centro storico, ma lo stesso centro ha il 20% di imprese in più (+52).

"Se fino a qualche tempo fa si imputava la diminuzione dei negozi in certe zone agli affitti troppo alti o al cambiamento degli stili di consumo, con una crescita costante del fuori casa che alimentava il boom dei pubblici esercizi, ora queste spiegazioni sono solo parziali", spiega la vicedirettrice della Confcommercio aretina Catiuscia Fei, "ad incidere di più sono la riduzione dei consumi e la pressione fiscale ancora troppo alta che grava su imprese e famiglie e che impedisce di liberare risorse per la crescita. La preoccupazione per il futuro, poi, fa il resto. Così anche imprese solide vengono chiuse, una volta che i titolari arrivano a maturare la pensione, senza nessuno che subentri per portarle avanti".

Confcommercio aveva già espresso la sua preoccupazione per l'arretramento dei negozi nel corso degli Stati Generali del Commercio, che si sono svolti al Teatro Petrarca di Arezzo l'11 febbraio scorso, alla presenza del presidente nazionale Carlo Sangalli. "Lo stato di salute del tessuto commerciale è una delle variabili più importanti da misurare per qualificare la vita delle comunità locali", sottolinea la presidente di Confcommercio Toscana Anna Lapini, "la desertificazione commerciale priva i cittadini di servizi importanti ma soprattutto genera disagio sociale, insoddisfazione, insicurezza. Perché una strada illuminata da vetrine e insegne fa meno paura. Non solo: il deterioramento della rete dei negozi di vicinato abbassa anche il valore immobiliare di interi quartieri, con una perdita di ricchezza che diventa tangibile per tutte le famiglie. Ecco perché Confcommercio monitora con attenzione la demografia delle imprese, cercando un'alleanza con tutti i comuni per la salvaguarda della distribuzione tradizionale, sia in sede fissa sia su area pubblica, perché anche fiere e mercati sono vitali per le nostre città".

In questo ambito Confcommercio nel 2015 ha siglato con l'Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) il protocollo per la rigenerazione urbana, rinnovato proprio lo scorso anno con l'obiettivo di riaffermare il ruolo centrale del terziario di mercato nello sviluppo delle città. "La partita del commercio", dice la presidente Lapini, "si vince solo se si accompagnano le misure di tutela e valorizzazione dei negozi con progetti più ampi in materia di urbanistica, recupero di spazi e aree dismesse, coesione sociale, innovazione, reti territoriali, infrastrutture, mobilità e rilancio turistico. Insomma, ci vogliono risposte integrate ed è per questo che le amministrazioni comunali hanno un ruolo centrale. Per il turismo, che nei numeri si dimostra il comparto in maggiore espansione, quello che offre anche le maggiori opportunità occupazionali, chiediamo più sostegno da parte degli enti pubblici per favorire processi di innovazione e formazione continua, è l'unico modo per governare la crescita e garantire la qualità dell'offerta".

In generale, le città capoluogo di provincia della Toscana hanno perduto negli ultimi dodici anni 1.272 esercizi commerciali, dei quali 434 nei centri storici (-7,1%) e 838 fuori (-7,9%), passando dalle 16.748 unità del 2008 alle 15.476 del 2019. Di contro, hanno "acquistato" oltre 2mila attività fra bar, ristoranti e strutture ricettive, delle quali 700 nei centri storici (+21,7%) e 1.341 fuori (+28,8%), passando dalle 7.894 totali del 2008 alle 9.935 del 2019.

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