Arezzo e il lavoro: "Dalla difesa dei posti alla creazione di nuova occupazione. Lo dobbiamo ai nostri giovani"

. Inserito in Diario di Bordo

Il giornalista aretino Claudio Repek, autore di "Venti di cambiamento": "Arezzo ha esaurito l'epoca d'oro. Dalla geografia occupazionale scomparsa una città delle dimensioni di San Giovanni Valdarno". Un libro in itinere per ricordare il passato e immaginare il futuro.

Nel giorno della Festa dei lavoratori, gentilmente Claudio Repek risponde alle nostre domande: 

G.A. Claudio, cosa è successo in generale all'economia aretina negli ultimi 20 anni?

C.R. Da una parte è arrivata ad esaurimento l’epoca iniziata negli anni Cinquanta e andata in crisi tra gli anni Ottanta e Novanta: quella del manifatturiero. Una vera identità per la provincia di Arezzo, caratterizzata soprattutto da oro e moda, che è stata non solo economica ma anche sociale e politica. Vorrei ricordare, senza stabilire un nesso causa-effetto, che nello stesso periodo inizia un lento declino politico ed elettorale della sinistra. Dall’altra parte nascono e si affermano imprese nuove che rappresentano vere eccellenze, ma che non fanno parte di un sistema come nella seconda metà del Novecento e che quindi non concretizzano un nuovo modello dell’economia locale.

G.A. Nel libro "Venti di cambiamento" vengono ripercorse le principali vertenze, sia nel privato che nel pubblico: dalla Lebole a Banca Etruria, dalla Del Tongo alla Beltrame, dalla Buitoni alla Unoaerre. Senza dimenticare Stimet, Cantarelli, Sca, Eutelia... in alcuni casi ci siamo per così dire "salvati", in altri queste crisi hanno effettivamente ridisegnato, stravolgendolo, il tessuto economico aretino. Qual è stata la reazione del territorio, in particolare delle varie componenti politiche e sindacali?

C.R. La strategia è stata ovviamente difensiva. I sindacati, con la Cgil in prima linea, hanno tentato di salvare l’occupazione e quindi le imprese. Con vertenze e mobilitazioni durate anni che in alcuni casi, come in quello della Beltrame, hanno finito per indurre la proprietà a fare marcia indietro rispetto alla decisione di cessare l’attività. In altri casi l’esito è stato comunque negativo. Hanno fatto la loro parte anche le istituzioni e la politica, che hanno sempre manifestato solidarietà ai lavoratori e hanno puntato alla promozione delle produzioni locali, penso soprattutto alle fiere e al ruolo della Camera di Commercio. Rimane la domanda se il tradizionale atteggiamento istituzionale della fine del Novecento fosse sufficiente. Se, cioè, la solidarietà potesse essere adeguata a fermare la valanga. La mia impressione è che il sistema locale (imprese, sindacati, istituzioni, partiti) non sia riuscito a “inventare” una nuova rete di relazioni, limitandosi a replicare modelli non più oggettivamente funzionanti, indipendentemente dalla buona volontà di ogni soggetto.

G.A. Quale la ricaduta sull'occupazione di queste crisi?

C.R. Fortissima. Nel libro l’ex Segretario della Cgil, Alessandro Mugnai, ricorda che dalla geografia occupazionale è scomparsa una città delle dimensione di San Giovanni Valdarno.

G.A. Per non dire poi delle conseguenze sociali...

C.R. Impoverimento, allargamento della zona grigia delle famiglie alla soglia della povertà, aumento della domanda di sostegno sociale. Per estremizzare un concetto, i pensionati, una volta marginali, sono adesso punti di riferimento essenziali per le giovani famiglie, proprio in considerazione del loro reddito, piccolo ma certo alla fine di ogni mese.

G.A. Altre crisi aziendali sono in corso (si pensi alla vicenda Fimer di Terranuova, o Bekaert di Figline Valdarno). La politica riesce ad agire tempestivamente ed in maniera efficace?

C.R. Penso che la politica fa quello che può. Oggi è più difficile di ieri, anche perché le proprietà e i centri decisionali di molte aziende sono lontane dai territori e quindi le possibilità di dialogo, ma anche di “pressione”, sono minime. Inoltre ci sono crisi imprevedibili, come quelle della Fimer, le cui produzioni sono sull’onda lunga dell’economia green, ma comunque in crisi.

G.A. Qual è lo stato di salute attuale del sistema manifatturiero aretino?

C.R. Non sono la persona più adatta a rispondere a questa domanda e quindi mi limito a citare quanto scritto nel libro da Giuseppe Salvini, adesso Segretario generale della Camera di commercio di Firenze dopo essere stato alla guida di quella di Arezzo: “non ci sono solo oro, moda, agricoltura e turismo, ma anche imprese, divenute sempre più leader nei settori maggiormente proiettati verso il futuro: il digitale, la green economy, la sicurezza, le comunicazioni. Aruba, Zucchetti, Tratos, Ceia e Saima, solo per fare qualche esempio, hanno non solo creato eccellenze e nuova occupazione, ma hanno anche diminuito la dipendenza del sistema economico aretino dai suoi settori tradizionali”.

G.A. Quali nuove filiere produttive stanno emergendo nel nostro territorio?

C.R. Quelle che sono connesse alle sfide di questo periodo: digitalizzazione e green economy. Resiste il manifatturiero che punta sulla fascia alta del mercato: in questo senso ancora oro e moda. Si sviluppa il turismo, il sistema dell’accoglienza, l’agricoltura specializzata.

G.A. Sono efficaci ad assorbire le richieste occupazionali?

C.R. Penso proprio di no. Le grandi imprese, con migliaia di addetti, appartengono ormai alla storia.

G.A. Cosa hanno comportato le trasformazioni del sistema dei servizi pubblici?

C.R. Un passo indietro delle istituzioni e un passo avanti delle imprese private. Processi probabilmente inevitabili, in considerazione della legislazione nazionale, delle difficoltà della pubblica amministrazione e in particolare dei Comuni, delle esperienze europee. Processo iniziato dal Sindaco Ricci con Aisa (proprietà pubblica) e poi con Nuove Acque (apertura al privato). Sono seguite le trasformazioni societarie nei settori dell’energia e dei trasporti, la nascita delle aree vaste in sanità. E’ veramente cambiato tutto. Penso sia incontestabile che la qualità dei servizi sia generalmente migliorata, che i tentativi di controllo istituzionale sulle gestioni sia generalmente flebile, che il valore sociale di alcuni servizi pubblici non sia pienamente compreso quando ad essi vengono applicati non solo criteri giusti di sostenibilità economica, ma anche di profitto, quando la valutazione di attività – come quella della tutela della salute – deve rispondere a rigidi criteri economici.

G.A. Grazie per la disponibilità, Claudio. Per il primo maggio, quale augurio ti senti di fare ai lavoratori aretini?

C.R. Indipendentemente dall’età, che ci sia lavoro per i loro figli. Quindi per i giovani. Gli anni che abbiamo alle spalle li abbiamo necessariamente dedicati a difendere il lavoro di chi lo aveva. E continuiamo a farlo. Mi auguro che i prossimi anni vedano la creazione di nuove attività, nuove imprese, nuovi posti di lavoro. Che la creatività, la fantasia, la competenza abbiano la meglio.

“Venti di cambiamento”: un ponte tra passato e futuro dell’economia aretina

Il libro presentato ieri, sabato 30 aprile, al Cas di Tortaia.

Un libro per ricordare il passato e immaginare il futuro ma, soprattutto, un “libro in itinere”. Così Alessandro Tracchi, Segretario provinciale Cgil ha definito “Venti di cambiamento”, il volume di Claudio Repek edito da Clichy su iniziativa dello Spi e della stessa confederazione di Arezzo. Libro che è stato presentato nel Cas di Tortaia. Un’occasione di incontro per il “popolo” della Cgil che si è presentato con delegati di fabbrica e azienda, pensionati, dirigenti regionali e nazionali. Momento di confronto, moderato da Luca Tosi, con rappresentanti del mondo economico: saluto del Presidente della Camera di Commercio Arezzo-Siena, Massimo Guasconi e intervento del Segretario generale della struttura di Firenze, prima ancora quella di Arezzo, Giuseppe Salvini. Spunto di dialogo anche con le istituzioni: intervento del consigliere regionale Ceccarelli, saluto da remoto del Presidente Gianni e lettera della consigliera De Robertis.

Giancarlo Gambineri, Segretario provinciale dello Spi e Alessandro Tracchi, Segretario provinciale della Cgil hanno evidenziato le ragioni del volume e cioè le trasformazioni del modello industriale creato agli inizi degli anni Cinquanta e andato in crisi tra i Settanta e gli Ottanta. Crisi che hanno avuto il loro epilogo agli inizi del nuovo millennio. Alcuni marchi sono finiti in archivio: Lebole, Cantarelli, Eutelia,  Banca Etruria, Del Tongo. Alcuni hanno cambiato proprietà e continuato a produrre: Unoaerre e Buitoni. Novità nel manifatturiero ma anche l’affermazione di un nuovo modello di organizzazione dei servizi pubblici con i Comuni che hanno fatto un passo indietro per lasciare spazio ad Aisa- Sei Toscana, Nuove Acque, Coingas-Estra, Lfi- Tiemme, Provincia. Novità che sono state raccontate da alcuni dei protagonisti: Gabriella Salvietti della Lebole, Valentino Mondani della Unoaerre, Rita Mariani della Provincia e Alessandro Mugnai, già Segretario Cgil.

Una transizione, quella registrata nel manifatturiero che ha lasciato tracce profonde: l’angoscia delle persone che hanno perduto il lavoro, l’abbandono di aree industriali quali Lebole e Unoaerre.

Molto è cambiato e nuove industrie sono apparse sulla scena locale. Il problema – evidenziato dalla Cgil – è quale futuro l’economia aretina abbia di fronte. “In Italia – ha ricordato Gianna Fracassi, vice Segretaria nazionale del sindacato – registriamo un aumento delle diseguaglianze e dell’impoverimento delle persone. In questo contesto, siamo chiamati ad affrontare due sfide: la digitalizzazione e la decarbonizzazione, destinate non solo a cambiare l’economia ma la vita di tutti. Per la prima volta sono chiari due concetti: la finitezza delle risorse e l’irreversibilità dei processi naturali. Per Arezzo dobbiamo quindi immaginare il futuro a 10 anni in questo nuovo contesto”.

Daniela Cappelli, Segretaria nazionale dello Spi Cgil, ha evidenziato il rischio che “si drenino risorse laddove è più facile e cioè tra i lavoratori e i pensionati. Una scelta che Spi e Cgil contrasteranno per evitare che si continui sulla strada tracciata nei primi vent’anni del nuovo millennio e cioè più disuguaglianze, più precarietà, più insicurezza sul lavoro, più discriminazione sia razziale che di genere”.

Venti di cambiamento

Claudio Repek

I grandi cambiamenti degli ultimi venti anni, le delocalizzazioni, le crisi, il crac di Banca Etruria. Come il sindacato ha reagito a tutto questo e ha saputo rinnovarsi. Un racconto «dall’interno» che spiega molto di come è cambiato il nostro Paese.

I primi vent’anni del nuovo millennio cambiano radicalmente una Provincia di medie dimensioni come Arezzo. Le grandi industrie chiudono, si ridimensionano o cambiano identità. I primi anni Duemila tengono a battesimo le aziende pubbliche dei principali servizi: acqua, energia, igiene urbana, trasporti. L’economia della Provincia si modifica profondamente. È un cielo che perde stelle e luminosità. Queste trasformazioni del mondo del lavoro cambiano naturalmente, ma in modo più lento, il soggetto che lo rappresenta: il sindacato e, in questo volume, la Cgil in particolare. Gli anni Venti sono da trincea: lo sforzo è ridurre il danno. Si tratta di difendere l’esistenza delle imprese e, nel peggiore dei casi, garantire ammortizzatori sociali e comunque uscite dal lavoro che non siano traumatiche. I risultati, da questo punto di vista, sono significativi. Le lotte tradizionali, i presidi, le manifestazioni non sono più gli unici strumenti sindacali. Il sistema delle relazioni con le istituzioni diventa vitale: Comuni, Regione, Parlamento. Ma anche la Chiesa è protagonista della difesa del lavoro. La Cgil di Arezzo mantiene la sua identità e i suoi valori ma si apre alle novità e accompagna le trasformazioni. Potenzia la rete dei servizi per i cittadini. Non ci sono solo il livello confederale e le categorie: negli anni Duemila si rafforza lo storico patronato Inca, si sviluppano i servizi di assistenza fiscale, assumono un peso più rilevante strutture come Federconsumatori e Sunia. Cambia anche l’identità sociale e il ruolo del sindacalista. Questo volume racconta le trasformazioni economiche e sociali della Provincia di Arezzo e come la Cgil le ha vissute, interpretate e, per quanto possibile, condizionate e create.

Claudio Repek

Giornalista, si occupa di raccontare le storie degli altri. Lo ha fatto con Lebole, Buitoni, Soldini. Anche quelle della cooperazione sociale attraverso le vite, aspre e difficili, dei soci. E dei partiti e dei sindacati, come il Pci e la Cgil, che sono fatte di grandi eventi ma anche della vita quotidiana di militanti e rappresentanti di fabbrica. Si occupa di comunicazione: pubblica amministrazione, aziende di servizi pubblici, categorie economiche, sindacati. Adesso cooperazione sociale. Un lavoro che è stato e continua ad essere la matrice di una serie di libri dedicati alle vite delle donne e degli uomini che spesso la Storia dimentica. Quindi lavoratori di grandi imprese del Novecento (Lebole, Buitoni, Soldini), di militanti di partito (Pci), di delegati e dirigenti sindacali (Cgil), di cooperatori (Koinè). Tra le sue opere: Il volo del Pinguino (Clichy 2016), Le donne silenziose (Clichy 2017), Il cielo è di tutti (Clichy 2018), Anna e le ragazze. Dialogo tra donne di due millenni (Clichy 2019).

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Guido Albucci

Guido Albucci

Di tante passioni, di molti interessi. Curioso per predisposizione, comunicatore per inclinazione e preparazione