Progressiva desertificazione delle attività produttive e commerciali, la politica faccia presto e bene

. Inserito in Diario di Bordo

Abbiamo raccolto in questi giorni il grido di dolore delle categorie economiche aretine: Confcommercio, Confesercenti, CNA, Confartigianato. Scoramento, ma anche voglia di reagire nel momento più cupo. E, di fondo, una richiesta alla politica: quella di fare scelte.

Comincia a delinearsi il perimetro della crisi: in base a dati Confcommercio, nel settore pubblici esercizi, vale a dire bar, ristoranti, pasticcerie, pizzerie, catering, discoteche, stabilimenti balneari, con 30 miliardi di euro di perdite, sono 50 mila le imprese che non ripartiranno e con queste verranno meno ben 300 mila posti di lavoro. E molti altri imprenditori stanno maturando l'idea di non ripartire affatto. Per l'Irpet, l'Istituto di Ricerche economiche della regione Toscana, il settore del turismo vedrà andare in fumo fino al 70% del fatturato. Secondo il Fmi, Fondo monetario internazionale, il Pil globale scenderà del 3%. Tanto per dire: ai tempi della crisi 2008, quella dei mutui sub prime e Leman Brothers, fu dello 0,6%. Il conto peggiore lo pagherà l'Italia: la previsione e del -9,1%. 

Ora: è chiaro a tutti che a questi numeri corrispondono imprese e famiglie sul lastrico. 

Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea non usa mezzi termini: «Ci troviamo di fronte a una guerra contro il coronavirus e dobbiamo muoverci di conseguenza»: la sfida è «come agire con sufficiente forza e velocità per prevenire che una recessione si trasformi in una prolungata depressione, resa ancora peggiore da una pletora di default che lasciano danni irreversibili». Ed è anche vero quanto dichiarato da Matteo Bracciali in un'intervista rilasciata al nostro Massimo Gianni, in cui ricorda come la crisi sia arrivata in una situazione già di per sè drammatica, con numeri da far tremare i polsi sia a livello nazionale, toscano, che per Arezzo e la sua provincia. E questa crisi ha avuto gioco facile, di fronte a difese praticamente inesistenti. Eravamo già depressi: aziende in crisi, disoccupazione, neet, sanità pubblica sfibrata da tagli e discutibili riorganizzazioni. Perchè ora arriva il momento, se possibile, ancora più complicato. Quello di rispondere ai bisogni della gente, in un panorama di devastazione economica post bellica. Famiglie e aziende stanno utilizzando le scorte, che a breve termineranno.

Come confermato dai rappresentanti delle associazioni economiche di categoria, ad Arezzo molti negozi, molte aziende, non riapriranno dopo il lockdown. E dietro ogni serranda ci sono persone, famiglie, posti di lavoro, impegni, progetti infranti. Milioni di posti di lavoro a rischio in tutta Italia, decine di migliaia da noi. Tra poco non appassioneranno più le apparizioni social o tv dei nostri amministratori pubblici che sciorinano dati sul contagio o annunciano a reti unificate misure di restrizione e sanzioni, perchè i problemi saranno anche altri e, se possibile, di portata pari a quella della crisi sanitaria. Tra poco la gente chiederà soluzioni immediate, non rinvii palliativi. E lo chiederà alla politica, chiamata a tornare a fare il suo mestiere ad ogni livello, nazionale e  locale, quello delle scelte. Che devono essere rapide e giuste. In mancanza, come dice Franca Binazzi, avremo la desertificazione produttiva e commerciale.  

Foto: Lorenzo Magistrato

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Tags: Economia Coronavirus

Guido Albucci

Guido Albucci

Di tante passioni, di molti interessi. Curioso per predisposizione, comunicatore per inclinazione e preparazione