Infodemia, allarme da rilanciare

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Suicida lo pneumologo ribelle Giuseppe De Donno. Quest’accaduto mi riempie di tristezza. Non tanto e non solo per la tragicità dell’evento in sé nella sua dimensione umana, qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere, a prescindere. Quanto per quella sorta di fallimento sociale collettivo che piuttosto rappresenta.
Lo dico perché lo sconforto di cui oggi molti parlano nei vari commenti sul web è per un verso patrimonio comune d’una solidarietà spontanea e forse genuina ma, per un altro – e contemporaneamente –, è l’espressione dell’amnesia di gruppo sempre pronta ad affliggerci in questo periodo COVID e del fatto che viene cavalcata subito da quell’infodemia ( = invasione d’informazioni fuorvianti) che ha caratterizzato la pandemia fin dai suoi esordi.
Il nostro “protagonista” assurse alle luci della ribalta tra fine aprile e inizio maggio del 2020, coinvolto (e in parte attore lui stesso) in una serie di polemiche che – ma lo si scoprì solo dopo – avrebbero potuto essere evitate in funzione di una corretta divulgazione che avesse aiutato tutti a comprendere anziché aizzare la piazza mediatica; e invece vennero lasciate montare ad arte, senza alcuna delucidazione scientifica pubblica.
D’altronde mancava – e mancò – quel tessuto culturale sociale sufficiente per capire, allora, e per ricordare, in seguito, come né in quei giorni, né dopo, sia stato mai possibile ascrivere validità di “terapia” propriamente intesa al trattamento con plasma iperimmune. Da parte di nessuno studio condotto con metodo scientifico, fino ad ora (e nel frattempo ce ne sono stati, di pubblicati, anche internazionali).
I progressi auspicati – sebbene anch’essi finora definiti al massimo “promettenti” – nella ricerca sui “monoclonali”, specialmente riguardo alla loro produzione di sintesi, sono tutt’altra cosa: l’unico tratto in comune con la faccenda del plasma iperimmune può essere considerato quello sull’origine dell’idea di fondo, peraltro già nota da oltre un secolo, cioè che nel siero dei pazienti guariti da una malattia infettiva si trovassero quei “fattori” di resistenza all’infezione e che somministrando ai nuovi ammalati degli estratti dai guariti si potessero ottenere altrettante nuove guarigioni.
Nella notte di Natale del 1891 il Dr. Emil Von Behring salvò in questo modo una bambina ormai quasi morente di difterite, inoculandole siero prelevato da quegli ammalati avviatisi a un decorso di guarigione spontanea (ce n’è sempre qualcuno, in tutte le infezioni, anche in quelle a più alta letalità). Nel 1901 ci vinse pure il Nobel per la Medicina.
Una più attenta consapevolezza presso l’opinione pubblica sulla differenza radicale in essere tra i concetti di “protocollo terapeutico” (applicabilità e ripetibilità su ampia scala dopo ricerche estese condotte con metodologia ad approccio scientifico) e “osservazioni cliniche” localizzate (studi su gruppi necessariamente predefiniti e ristretti di pazienti) avrebbe impedito che un’informazione distorta, becera e spregiudicata prendesse il sopravvento, alienasse tutti da un civile e costruttivo confronto e montasse invece una simile tempesta infodemica, in realtà priva di ogni fondamento fattuale e infischiandosene che per qualcuno potesse trasformarsi – a torto o a ragione, non è più questo il punto – in gogna mediatica.
Oggi è fortissimo e avvilente il sospetto che tocchi rilanciare un allarme: la scorretta informazione, la divulgazione fallimentare, la comunicazione faziosa e divisiva, in epoca di così alto rischio per la salute pubblica, generano morti. E sanno farlo – come si è visto – in parecchi e variegati modi diversi. Purtroppo.

Tags: Sanità

Romano Barluzzi

Romano Barluzzi

Highlander dalle molte vite, tra cui ne spiccano due - da tecnico sociosanitario e da istruttore subacqueo - coltivo con inguaribile curiosità la passione per i mestieri più a rischio d'estinguersi, perciò mi ostino a fare il giornalista.