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domenica | 08-02-2026

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Eventi e Cultura

L’Omino d’oro, una vicenda universale di attesa e speranza diventa un film

Arezzo – È attesa per l’estate l’uscita del film dedicato alla storia dell’Omino d’oro, una delle figure più iconiche e toccanti della memoria collettiva di Arezzo. Un progetto cinematografico che nasce con l’obiettivo di restituire dignità narrativa e profondità emotiva a un personaggio realmente esistito, vissuto in città fino agli anni Settanta e ricordato con commozione da generazioni di aretini, anche attraverso i racconti dell’indimenticato Enzo Gradassi.

La regia è affidata a Fernando Maraghini e Maria Erica Pacileo, mentre il ruolo del protagonista è interpretato da Uberto Kovacevich, attore e autore della Libera Accademia del Teatro. La produzione è curata da Fez Film, che ha scelto di realizzare le riprese interamente nei luoghi simbolo della città legati alla figura dell’Omino d’oro: dalla stazione ferroviaria ai portici del centro, trasformati in set naturali di un racconto dal forte impatto emotivo.

La storia è ambientata nel secondo dopoguerra e prende forma attorno alla vicenda di un umile calzolaio che attende per anni il ritorno del figlio disperso sul fronte russo. Nonostante le notizie tragiche, l’uomo non rinuncia alla speranza: una fede ostinata e silenziosa che lo porta a tingere di color oro i propri abiti e la sua inseparabile bicicletta. Ogni giorno si reca alla stazione, immobile, certo che quel colore lo renderà immediatamente riconoscibile al figlio nel momento in cui scenderà dal treno. È così che nasce l’“Omino d’oro”, figura rispettata e amata, simbolo di un dolore privato che diventa patrimonio collettivo e metafora di un destino che può ancora essere riscritto.

«La storia dell’Omino d’oro racconta il dolore e la speranza di un uomo di cui gli aretini parlano ancora con commozione», spiega Maraghini. «Kovacevich interpreta un personaggio tanto particolare con l’obiettivo di restituirne tutta la forza espressiva e la complessità emotiva. Questo cortometraggio, per ambientazione, vicende narrate e coinvolgimento collettivo, ambisce a essere una vera e propria opera cinematografica della città di Arezzo. Sarà presentato nei principali festival italiani e internazionali, diventando anche un veicolo di promozione del territorio».

Per Uberto Kovacevich il progetto ha anche una valenza profondamente personale. «Nella sua testa c’era la speranza che il figlio tornasse. È un personaggio che fa parte della memoria aretina: me lo ricordo, l’ho visto, ero bambino negli anni Settanta», racconta l’attore. «Rappresenta la speranza di un genitore che non si arrende, ed è proprio per questo un personaggio universale, capace di commuovere chiunque. Con la Libera Accademia avevamo già portato questa storia a teatro; per entrare nel personaggio feci una ricerca trent’anni fa, parlando con le persone che lo avevano conosciuto. Tutti concordavano su una cosa: era un uomo dolce, amato e rispettato».

Sul fronte della produzione, il lavoro procede a tappe ben definite. «La prima parte, ambientata negli anni Quaranta, è già pronta», spiega Kovacevich. «È il momento della partenza del figlio per il fronte, della notizia della sua scomparsa e del rifiuto del padre di arrendersi. Dopo un episodio chiave, che sarà svelato nel film, nasce la decisione di vestirsi d’oro. L’abito che indosserò è già pronto».

Un film che non si limita a raccontare una storia del passato, ma che punta a trasformare la memoria in immagine, restituendo al pubblico – locale e internazionale – il volto più umano, poetico e struggente dell’Arezzo del Novecento e di uno dei suoi personaggi più iconici.