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mercoledì | 28-01-2026

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Regione Toscana

Giani ricorda le parole di Mattarella a Civitella: “Il futuro è memoria”. Ripartono le visite degli studenti a Auschwitz-Birkenau

Così il presidente della Regione la mattina di oggi, 28 gennaio, al cinema La Compagnia di Firenze per l’iniziativa in occasione del Giorno della Memoria. Gli interventi dell’assesora Nardini e Ugo Caffaz. Dal 23 marzo ripartirà il Treno della Memoria per gli studenti toscani diretto ad Auschwitz-Birkenau.

La Memoria oggi si deve tradurre in impegno contro la violenza, per il dialogo e le relazioni, in una parola per la pace”. Lo ha detto il presidente Eugenio Giani sul palco del Cinema La Compagnia a Firenze in occasione dell’iniziativa organizzata dalla Regione Toscana nella mattina di oggi, 28 gennaio, per il Giorno della Memoria 2026.

“Un comportamento e dei valori purtroppo esattamente antitetici a quelli che vediamo nel mondo di oggi – ha affermato Giani –. Ad esempio negli Stati Uniti dove una persona nel 2026 viene uccisa senza motivo dalle milizie armate, o con la situazione in Medio Oriente, o in Iran dove più di 30mila persone sono state ammazzate perché manifestavano per la libertà, o ancora in Ucraina dove un popolo viene brutalmente schiacciato dalla cattiveria di un despota. Perciò parlare di Memoria oggi significa parlare sì della Shoah e ricordare la crudeltà a cui condussero i criminali fascisti e nazisti poco più di 80 anni fa, ma significa anche lottare per la pace e la libertà nel mondo di oggi”.

È un mondo in cui c’è davvero bisogno di voi, perché il futuro è vostro” ha detto il presidente Giani agli oltre 400 studenti toscani provenienti dalle classi quarte e quinte delle scuole secondarie di secondo grado di tutte le province della Toscana che hanno partecipato all’iniziativa, a cui vanno aggiunti i migliaia di ragazzi collegati dalle loro classi grazie alla diretta streaming. Una mattinata promossa nell’ambito del progetto della Regione per l’autonomia dei giovani Giovanisì per ricordare, a 81 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, tutte le vittime dell’Olocausto e delle persecuzioni perpetrate per mano nazifascista.

“Come affermò il presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 25 aprile di due anni fa in visita a Civitella in Val di Chiana, luogo di una terribile strage nazifascista, il futuro è memoria – ha proseguito il presidente rivolto ai ragazzi –: è attraverso la memoria del passato infatti che voi non dovete mai perdere di vista e, anzi, conquistare quei valori che saranno la guida per il vostro futuro, affinché sia ricco di speranza. Libertà, democrazia e pace: questi i valori per realizzare una convivenza migliore tra i popoli all’insegna del rispetto delle idee altrui, del dialogo, della ricerca di costruire insieme un avvenire migliore”.

Il presidente Giani ha inoltre ricordato che il prossimo 23 marzo partirà nuovamente il treno della Memoria, promosso dalla Regione, che porterà oltre 500 studenti toscani a visitare in campi di sterminio nazisti di Auschwitz-Birkenau insieme a chi quella pagina drammatica della storia l’ha vissuta.

“È un’iniziativa che con concretezza dà il senso dei valori che vogliamo trasmettere ai ragazzi – ha spiegato Giani –. Un viaggio attraverso cui gli studenti potranno avere una testimonianza diretta di quello che è accaduto proprio in quei luoghi, che portano ancora i segni e la cupa percezione del dramma che vissero milioni di persone”.

“Note di memoria” il titolo dell’iniziativa di stamani, realizzata grazie alla collaborazione con Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza – Luoghi della Memoria Toscana, Istituto Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea e Ufficio scolastico regionale, che quest’anno è dedicata al ricordo dell’attivista e scrittrice italiana Vera Vigevani Jarach, scomparsa lo scorso ottobre: di origine ebraica, scampò alle leggi razziali fasciste rifugiandosi in Argentina, dove in seguito all’uccisione della figlia Franca da parte del regime argentino di Videla fu tra le anime delle Madri di Plaza de Mayo. Vera Jarach è stata amica della Toscana ed ha più volte incontrato gli studenti toscani nell’ambito delle iniziative sul tema della Memoria promosse dalla Regione, come il treno della Memoria.

Memoria, Nardini: “Nostro dovere essere sentinelle contro orrori del passato e del presente”

“Nel Giorno della Memoria abbiamo una responsabilità: essere sentinelle di Memoria, come ci ha chiesto Liliana Segre, perché la Shoah e gli orrori del nazifascismo non diventino una riga sui libri di storia e la storia non venga negata o riscritta”.

È il messaggio che l’assessora all’Istruzione e alla Cultura della Memoria Alessandra Nardini consegna alle studentesse e agli studenti che questa mattina hanno partecipato in presenza e collegati dalle loro classi alla grande iniziativa rivolta alle scuole organizzata dalla Regione al Cinema La Compagnia di Firenze.

“Niente silenzi: le responsabilità non furono solo dei nazisti, ma anche dei fascisti italiani; il fascismo non ha fatto anche cose buone: è stato orrore e negazione di libertà, fin dal suo inizio. Nessun revisionismo”, afferma nel suo discorso di apertura, sottolineando che “oggi ricordiamo la Shoah e le altre deportazioni della persecuzione nazifascista: oppositori politici e scioperanti del marzo ’44, rom e sinti, persone con disabilità, comunuta’ LGBTQIA+, testimoni di Geova, internati militari italiani”.

“La Memoria, è un lavoro lungo e faticoso” e “quando è vera, non consola: inquieta, interroga, pretende vigilanza”, aggiunge. “Con questo spirito – spiega – il 23 marzo torneremo ad Auschwitz con studentesse e studenti,  perché torna finalmente il Treno della Memoria”.

Nardini invita a guardare il legame tra Memoria e presente. Da un lato lancia l’allarme contro l’antisemitismo, “un veleno mai sopito che sta riemergendo con forza” e precisa che “la critica doverosa alle politiche di un Governo non può diventare odio verso un popolo o una fede”. Dall’altro esprime preoccupazione per la piega che sta prendendo il mondo:

“Oggi l’uso della forza è tornato normale: deportazioni evocate, confini come merce, popoli ridotti a pedine; la potenza unilaterale erode multilateralismo e diritto internazionale”. “Come non sottolineare – fa notare l’assessora – come oggi si parli di “prendersi” territori come la Groenlandia, di usare la forza nottetempo, come in Venezuela; come non ricordare l’attacco al popolo ucraino, quello che continua ad accadere a Gaza e in Cisgiordania, i nostri mari-cimitero e le esecuzioni in strada negli Stati Uniti”. “Di fronte a tutto questo non è consentita l’indifferenza”, afferma ricordando le parole di Anna Foa che contengono un chiaro riferimento a Gaza: “la Memoria ha senso solo se sa interrogare il presente, un monito perché non accadano più genocidi”.

In chiusura, l’assessora si sofferma sull’importanza della scuola che ha

“un ruolo decisivo: costruisce anticorpi e per questo servono risorse e strumenti, non tagli”. “Non servono metal detector, serve un investimento educativo serio e continuativo”, dice Nardini, pensando allo studente della Spezia accoltellato in classe e poi commenta i recenti fatti di cronaca aggiungendo:”è a scuola che si formano cittadine e cittadini liberi e consapevoli. Le insegnanti e gli insegnanti hanno il diritto, anzi il dovere, di parlare di antifascismo e di quello che sta accadendo nel mondo, senza dover rischiare di finire in liste di proscrizione o che le proprie scuole siano soggette ad ispezioni ministeriali”.

Infine un ultimo appello alle ragazze e ai ragazzi a essere anticorpi contro l’indifferenza:

“La Memoria vi riguarda, fate domande, pretendete risposte, siate sentinelle contro negazionismo e revisionismo, contro la banalizzazione del fascismo, odio travestito da opinione. Le piazze che voi riempite vanno ascoltate, non criminalizzate: potete essere l’anticorpo. Opponetevi alle leggi che discriminano, alla violenza, alla guerra e all’indifferenza, aiutate il mondo a rispettare la promessa che si fece dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale: mai più”.

Una mattinata tra testimonianze e il racconto degli storici. A marzo riparte il treno della memoria  

Nel ricordo di Vera Vigevani Jarach, partigiana della memoria e testimone di due tragedie del Novecento, scomparsa lo scorso ottobre. Nel ricordo dei bambini, deportati ed uccisi ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio nazisti. Nel ricordo dei tanti ‘diversi” perseguitati e finiti nelle camere a gas. Ma anche nel segno di una memoria che deve essere “responsabilità collettiva”, “inquieta e mai consolatrice”. Con una domanda che aleggia sopra tutte le altre: “Noi, davanti a quel filo spinato, da che parte saremmo stati?” E domani, quando rispetto ad altre tragedie e ad altri fili spinati contemporanei i nostri nipoti ci chiederanno cosa abbiamo fatto, noi cosa risponderemo?. Perchè, come riflette lo storico trentino Francesco Filippi, una cosa non cambia: la più grande arma di tutti i totalitarismi è da sempre l’autocensura, l’indifferenza e l’omologazione, e accanto ad un vocabolario dell’orrore c’è spazio, purtroppo,  anche per un vocabolario della vergogna.

Al Cinema La Compagnia di Firenze la Toscana ha celebrato oggi la Giornata della memoria assieme ai ragazzi delle scuole superiori: in oltre quattrocento in sala, migliaia collegati da remoto.  Sul palco gli storici, sul grande schermo le videotestimonianze di alcuni perseguitati sopravvissuti. In platea ragazze e ragazze: orecchie tese, sguardi che a tratti tradiscono emozione, qualcuno a prendere appunti sui quaderni. E’ l’appuntamento che farà da prologo al Treno della memoria che dal 23 al 27 marzo tornerà, dopo sette anni, ad Auschwitz, con centinaia di altri ragazze e ragazze a bordo.

Si parla del nazismo e delle leggi razziali e razziste, anche italiane e fasciste, firmate proprio a San Rossore in Toscana nel 1938. Si racconta la Shoah e l’olocausto d egli ebrei, gli asociali che il Terzo Reich tedesco non voleva, i disabili considerati un morbo e un costo e per questo uccisi, le persecuzioni contro omosessuali e per orientamento sessuale, contro sinti e rom, testimoni di Geova, oppositori politici e internati militari. L’attenzione va inevitabilmente anche a quanto succede oggi in Ucraina o in Iran, negli Stati Uniti o a Gaza. Con una precisazione, se mai ce ne fosse bisogno: condannare la violenza di un governo non vuol dire condannare un popolo e netto, come ripete l’assessora Nardini, deve essere il ripudio dell’antisemitismo.

Il marketing della persecuzione, spiega lo storico Filippi dal palco, ha le sue regole fisse, che non cambiano mai. La propoganda inizia lieve, poi il piano si inclina: da una parte i nemici e capri espiatori (i presunti ‘diversi’, pochi e distanti), dall’altra gli amici, nel mezzo la maggioranza silenziosa e indifferente.  Sapete quanti erano gli ebrei in Germania nel 1934? 876 mila, poco più dell’un per cento: tanti neppure praticanti. Molti tedeschi probabilmente neppure hanno mai incontrato un ebreo, né l’avrebbero saputo riconoscere. Eppure grazie anche all’antisemistismo Hitler nel 1933 andò al potere e in Italia, dove ugualmente la comunità ebrea era integrata, si approvarono le leggi razziali. Quanto agli Alleati almeno già dal 1941 sapevano dei lager e di Auschwitz. Ma nessuno bombardò le linee ferroviarie che portavano al campo: l’interruzione dello sterminio non era al centro delle priorità di quella guerra.

Richiami al rischio dell’indifferenza, alla responsabilità e all’importanza di una bussola morale –  quella che oggi in Italia potrebbe essere cercata nell’articolo 3 della Costituzione – si ripetono più volte nel corso della mattinata, condotta sul palco dalla giornalista Chiara Brilli e cullata dalle note romanì dell’Alexian Group di Santino Spinelli e del Gabriele Coen Quartet.

C’è il ricordo di Vera Vigevani Jarach, che più volte è stata con i ragazzi toscani del Treno della memoria, Pegaso d’oro nel 2019 (massimo riconoscimento della Regione). Vera aveva due storie, tremende, da raccontare: il nonno deportato ad Auschwitz e diventato fumo di un camino (in suo ricordo c’è un albero piantato a San Rossore) e poi Franca – la figlia, bei voti a scuola, rappresentanti degli studenti – desaparecida nel 1976 in Argentina, la nazione dove la famiglia di Vera era fuggita per sfuggire allo sterminio e dove lei è diventata una delle Madreds de Plaza de Mayo. “Mai più odioe mai più silenzio” gridava ancora nel 2022, rivolta alle ragazze e ai ragazzi toscani, durante le celebrazioni di un altro Giorno della memoria.

La mattina prosegue nel ricordo delle persecuzioni dlele persone omosessuali, dei Testimoni di Geova e delle persone con disabilità. Enrico Iozzelli, della Fondazione Museo e Centro di documentazione della deportazione e Resistenza di Prato, introduce la video-testimonianza di Michele Zucchi, internato militare italiano catturato a Cefalonia, 103 anni in splendida forma. Uno dei settecentomila militari italiani che, dopo l’Armistizio, dissero no alla Repubblica di Salò e ai tedeschi.

Dal grande schermo arrivano anche le parole di Oleg Mandic, l’ultimo bambino ad uscire da Auschwitz dopo l’arrivo, il 27 gennaio 1945, dell’Armata Rossa. Aveva undici anni quando nel maggio 1944 fu deportato, figlio di oppositori politici: entrò nel campo sottobraccio a Dio. “E lì l’ho sepolto e mai più incontrato” raccontata oggi. Nell’Olocausto morirono un milione e mezzo di bambini e adolescenti.  Su 776 bambini italiani con meno di quattordici anni deportati ad Auschwitz solo venticinque sono sopravvissuti: nessuno tra gli oltre duecento partiti dal ghetto di Roma il 16 ottobre 1943. Molti altri bambini non ebrei – rom e sinti, polacchi, russi, serbi, disabili e vittimi di rappresaglie – sono stati uccisi. Si stima che su 230  mila bambini deportati ad Auschwitz (211 mila ebrei) in circa seicento si sono salvati: quarantasei tra i settecento nati nel campo. I numeri spesso non infondono empatia, ma sono importanti.

Oleg ricordi gli odori e il silenzio, dopo il ritorno, durato anni, fino al 1955. Racconta anche su tredici volte che è tornato ad Auschwitz, tre volte c’è andato per ritemprarsi: lì, all’imbrunire, di fianco alle rotaie delle rampe e ad un albero a parlare alle anime di chi non ce l’ha fatta.

Anche Kitty Braun Falaschi racconta la sua deportazione con gli occhi di bambina: aveva nove anni quando un treno la portava con la mamma e il fratello a Ravensbruck. Dopo fu trasferita a Bergen Belsen, il campo di Anna Frank. Piccola, ma già grande nel cercare di infondere serenità agli altri bambini della baracca, che l’italiano in pochi conoscevano, raccontando ogni giorno novelle che inventava. Ricordi anche i suoi fatti di odori – quello nausabondo della zuppa di rape –, di costrizione fisica  e di dolore, per il fratello ad esempio che morirà subito dopo la liberazione.

I prigionieri dei lager erano trattati come animali e spesso diventavano animali, pur di sopravvivere. Quello che poteva accadere lo testimonia in una lettera alla moglie il capitano Timothy Brennan, a Mauthausen l’ultimo giorno della guerra: “qui sulle colline sopra la città – scrive – c’è un luogo infame, che in un mondo civile non dovrebbe esistere e che pareva uscire da un libro dell’orrore: una prigione per 17 mila persone, dove ogni giorno morivano di fame in trecento”.

Rita Prigmore testimonia le violenze subite da sinti e rom. Il padre era un musicista famoso in tutta la Germania per le sue arie gitane e con la sua orchestra ungherese. Da un giorno all’altro quella comunità perse la nazionalità tedesca, fu allontanata dalla scuola e subì più di una restrizione nella vita quotidiana.  Fu anche pianificata la sterilizzazione di massa. Rita, appena nata nel 1943, fu allontanata dalla mamma e usata come cavia per esperimenti di cui ancora oggi porta le conseguenze. La cugina, deportata ad Auschwitz il 16 maggio 1944, ventenne, fu scelta come prostituta per il bordello del campo: una violenza e una vergogna a cui non resse, tanto da gettarsi contro il campo spinato ad alta tensione.  Eppure Rita ha perdonato, “perché sull’odio – dice con forza – non si può costruire niente”.

Un appello che è anche quello di Padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato a Monte a Firenze, tenace costruttore di pace e promotore della fiaccolata intereligiosa per la pace nel capoluogo toscano. “Risuscitiamo l’umano che è in noi – dice -, altrimenti non abbiamo futuro”. La sua diagnosi dell’oggi è spietata: la solidarietà umana è disconosciuta, c’è un’indifferenza ottusa per il dolore altrui, l’intelletto abdiga di fronte al principio di autorità e alla radice di tutto c’è una viltà abissale. “Auspichiamo solo – conclude – che un giorno i governi seguiranno i popoli”.
L’ultima parola ad Ugo Caffaz, ideatore del progetto “Treno della memoria” in Toscana, che ricorda Primo Levi, l’autore di “Se questo è un uomo”, testimone delle deportazioni e suicida nel 1987, distrutto dal negazionismo di quegli anni.  Il suo romanzo nin fu subito pubblicato: troppi vicina ancora la Seconda guerra mondiale.  Un velo di oblio era calato su quel dramma. “Non posssiamo e non dobbiamo però dimenticare – ribadisce – e in Toscana il giorno della memoria dura tutto l’anno: oltre settemila studenti portati in visita ad Auschwitz dal 2002 al 2019 in undici diverse occasioni, 60 mila studenti a tu per tu con testimoni e sopravvisuti al Pala Mandela di Firenze, la Summer school per formare gli insegnanti”.  E da qui la Toscana riparte e prosegue il suo viaggio.

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