Cronaca
La chitarra di Maya e il diritto di cantare: storia di un’artista di strada ad Arezzo
Oggi raccontiamo la storia di Maya, artista di strada e chitarrista che suona per passione tra le vie del centro di Arezzo. Lo fa per amore della musica, ma anche per una necessità concreta: arrotondare uno stipendio che non basta a vivere dignitosamente.
Negli ultimi giorni Maya è stata allontanata tre volte dalla Polizia Municipale di Arezzo, a seguito di altrettante segnalazioni. «Gentilmente mi chiedono di smontare tutto, mi domandano se ho il permesso e di allontanarmi», racconta. «Ho inoltrato domanda al Comune, ma non ho ancora ricevuto risposta. C’è un termine di trenta giorni e nel frattempo ho continuato a suonare. Anche con il permesso, comunque, non potrei restare più di mezz’ora nello stesso posto».
La musica, per Maya, non è un hobby occasionale. È un pezzo di identità e una risorsa economica indispensabile. Transgender, lavora in una casa famiglia con un contratto a tempo indeterminato, ma lo stipendio è di 600 euro al mese. «Con questa busta paga nessuno mi affitta un appartamento. Non è secondario il fatto che io sia trans: è un elemento che non incoraggia i proprietari. Vivo in un sottotetto, in condizioni precarie. Per me suonare è importante, devo integrare il reddito».
Originaria di Firenze, Maya suona in strada da quando aveva 14 anni. «A Firenze devi pagare un pedaggio e ti assegnano un posto, ma c’è una lunga lista d’attesa. Qui ad Arezzo ho trovato ascolto, curiosità, affetto». Eppure, qualcosa non torna. «Mi sembra una disparità di trattamento senza senso. Non do fastidio, faccio qualcosa che arricchisce la città. Tante persone sono contente di sentirmi suonare. Anche i negozianti qui accanto mi hanno chiesto delle cover: è nata amicizia, simpatia».
La riflessione si allarga al contesto urbano. Arezzo è anche la città di Guido Monaco, simbolo della storia musicale europea, e proprio nella piazza a lui intitolata – sottolinea Maya – lo spaccio è presente a tutte le ore. «L’ho fatto presente ai vigili: ci sono zone come Campo di Marte e Saione dove gli spacciatori agiscono indisturbati, salvo rare operazioni. Vedo polizia e carabinieri di rado. Poi però si interviene su chi suona una chitarra».
La sua non è una sfida alle regole, ma una richiesta di equilibrio e di ascolto. «Sto aspettando una risposta dal Comune. Nel frattempo continuo a fare ciò che so fare: suonare. Per vivere, ma anche per condividere qualcosa di bello».
La storia di Maya pone una domanda che va oltre il singolo caso: quale spazio hanno l’arte di strada, la fragilità sociale e le identità non conformi nelle nostre città? E quanto una comunità è disposta a riconoscere che la musica, a volte, è anche un modo per resistere.







