Giornata internazionale delle persone con disabilità

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Oggi, 3 dicembre, è la giornata internazionale delle persone con disabilità. Conoscere le curiose origini del termine “handicap” può allora innescare qualche riflessione utile a capire meglio di cosa stiamo parlando. E a regolarci – tutti – di conseguenza.

Il nostro quotidiano impegno di Misericordia con tutti i nostri servizi a favore di persone portatrici dei più svariati gradi di disabilità, sensoriale, motoria e/o psichica, c’induce sempre a una speciale attenzione verso questa dimensione.

Un’attenzione che vorremmo sempre diffondere, convinti come siamo che divulgare una sensibilizzazione del genere equivalga a condividere un grande valore umano e sociale, che ci riguarda tutti. Oggi cerchiamo di farlo anche attraverso il brano e le connesse riflessioni che seguono.

«Quante volte avremo sentito dire, quando facciamo qualcosa in modo un po’ goffo o non proprio disinvolto, o magari quando non mostriamo tutta la destrezza che oggi la convulsa vita moderna induce tutti ad aspettarsi dagli altri: “…sembri un handicappato!”?

E pensare che invece il significato originale della parola “handicap” è ben lontano da quest’uso un po’ dispregiativo e sprezzante che ha acquisito nel corso degli anni.

In realtà il termine risale ai primi dell’ottocento, viene dall’Irlanda e ha una storia assai curiosa. Nonché istruttiva.

L’espressione “hand in cap” (in italiano “mano nel cappello”) si riferiva a un gioco d'azzardo, una specie di lotteria in cui c'erano dei premi da sorteggiare: il fortunato che estraeva dal cappello il numero vincente era tenuto ad offrire un premio di consolazione agli altri scommettitori non altrettanto favoriti dalla sorte.

La parola è poi entrata nel gergo delle gare ippiche dove si penalizzava con un peso aggiuntivo il cavallo migliore, quello più giovane e forte, in modo che ai cavalli meno dotati fossero garantite condizioni iniziali meno svantaggiose.

Sempre in campo ippico, il termine è stato poi – tra virgolette – “umanizzato”, passandolo al fantino che, cavalcando un cavallo più giovane e forte, veniva obbligato a gareggiare tenendo una mano sul cappello.

Insomma, vi era come una sorta di “anelito all’equità”.

Ecco probabilmente come il termine handicap è poi arrivato nel linguaggio comune per indicare tutte le persone che “partono con uno svantaggio”, essendo affette da una minorazione, o da una qualche difficoltà.

Oggi si preferisce il termine “disabile” o “diversamente abile”.

Eufemismi molto comodi per la società, che tende ad accomunarci tutti sotto questo stesso termine. Ci buttano tutti un po’ dentro lo stesso calderone e poi ci ripescano da lì, spesso senza neanche sapere qual è la nostra vera condizione fisica.

Dobbiamo tenere sempre ben presente invece che ciascuno di noi ha una sua propria storia, esperienze di vita uniche, modi di pensare e di fare diversi, e soprattutto differenti reazioni alla propria menomazione.

Tuttavia, al contempo, dietro alla molteplicità delle nostre differenze individuali, esiste un aspetto comune a tutti. Tutti abbiamo uno svantaggio da compensare, tutti abbiamo bisogno di un aiuto per non essere sconfitti in partenza; però nel gioco della vita sarebbe ingiusto penalizzare i più fortunati...

Allora è qui che dobbiamo portare avanti la lotta per le pari opportunità, per fare in modo che tutti possano partecipare alla gara. Per imparare a conquistare il proprio senso di autonomia sfruttando al meglio ogni margine di capacità residuale rispetto alla condizione del normodotato. Il nostro cavallo vincente siamo noi stessi. Ciascuno fa quello che sa fare con ciò che ha e secondo il modo in cui ha imparato, indipendentemente dalla minorazione sensoriale o motoria.

Poi come veniamo chiamati non importa. E se ci chiamassero semplicemente con il nostro nome? Mi viene in mente la poesia di Beaudelaire dell’Albatros che vola alto, fiero e possente in cielo grazie alle sue grandissime ali ma che poi a terra è goffo e impacciato perché queste stesse ali lo fanno inciampare dappertutto.

Eppure è sempre chiamato Albatros!»

(L’articolo è tratto da un brano elaborato in chat di gruppo da “Ella”, diminutivo del nome di una signora – che ringraziamo di cuore! – componente dell’associazione “Albatros-Scuba Blind International” con sede a Bari. L’associazione da oltre 17 anni si occupa a livello internazionale della pratica e della diffusione delle attività subacquee presso le persone con disabilità, in particolare non-vedenti e ipo-vedenti! Il brano fa anche parte di una lezione del loro corso istruttori sub per non vedenti. Il motto dell'associazione è: "Il subacqueo non vedente non è un disabile ma semplicemente un subacqueo!").

Tags: Disabilità Misericordia di Arezzo

Romano Barluzzi

Romano Barluzzi

Highlander dalle molte vite, tra cui ne spiccano due - da tecnico sociosanitario e da istruttore subacqueo - coltivo con inguaribile curiosità la passione per i mestieri più a rischio d'estinguersi, perciò mi ostino a fare il giornalista.