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Politica

Marcello Comanducci: “Arezzo ha bisogno di una giunta presente, più pragmatismo e meno burocrazia”

07/04/2026 11:45

AREZZO – Ospite di Inside Up, il podcast di Atlantide ADV condotto dal giornalista Andrea Avato, è stato Marcello Comanducci, candidato sindaco di Arezzo per il centrodestra. Imprenditore, già assessore nella prima giunta Ghinelli, Comanducci ha raccontato il suo percorso, le ragioni della candidatura e la sua idea di città: più semplificazione, più presenza sul territorio, più innovazione al servizio dei cittadini.

Perché hai scelto di candidarti a sindaco, nonostante sia un ruolo sempre più complesso?

«Me lo sono chiesto anch’io. Da cittadino si tende spesso a vedere più i difetti che i pregi della politica, e già nel 2015 avevo deciso di mettermi in gioco proprio per capire se potevo dare una mano. Nei cinque anni da assessore ho cercato di portare un approccio molto aziendale, lavorando sugli obiettivi e sulle soluzioni. Poi nel 2020 ho dovuto lasciare per impegni professionali, ma mi è sempre rimasta la sensazione di non aver concluso del tutto quel percorso. Ho pensato di poter ancora dare qualcosa a questa città».

C’è stato un momento preciso che ti ha convinto a fare questo passo?

«Sì, e devo ringraziare soprattutto Gianfrancesco Gamurrini, che ha insistito molto. Con lui abbiamo costruito la lista civica Fare, e per mesi ci siamo confrontati sul futuro della città. A un certo punto tantissime persone ci hanno scritto dicendo che serviva un’alternativa vera. Da lì abbiamo deciso di partire».

Hai sentito Giuseppe Angiolini dopo il suo passo indietro?

«No, non l’ho sentito direttamente, anche perché i nostri percorsi erano paralleli. Però mi è dispiaciuto che si sia ritirato. Quando un imprenditore del suo livello decide di mettersi a disposizione della città, secondo me è sempre un fatto positivo».

Tu ti definisci candidato civico, ma sei sostenuto da tutti i partiti del centrodestra. Dove finisce il civismo e dove inizia la politica tradizionale?

«Il nostro progetto nasce in modo civico, con una lista fatta quasi interamente da persone che non hanno mai fatto politica. Questo per me resta un valore forte. Poi è chiaro che i partiti hanno esperienza, radicamento e conoscenza della macchina amministrativa, quindi possono dare un contributo importante. La differenza la farà anche il consenso: più la parte civica sarà forte, più sarà forte il segnale dato dai cittadini».

Hai timore che i partiti possano condizionarti nelle scelte?

«No. I partiti hanno aderito al nostro progetto e hanno dato contributi al programma, ma il focus resta il nostro. A me interessa poco diventare sindaco in sé, interessa molto di più essere ricordato come un sindaco che ha governato bene. Per farlo servono persone capaci, che abbiano tempo, competenze e voglia di dedicarsi davvero alla città».

Hai già qualche nome in mente per la squadra?

«Per la giunta è presto, perché dipenderà molto dal risultato elettorale. Posso però dire che la lista Fare sarà composta da 32 persone, tutte alla prima esperienza politica. E tra i nomi che posso anticipare ci sono Angiolino Piomboni e l’avvocato Piero Melani Graverini, che ha deciso di entrare nel progetto Fare».

Che giudizio dai a Piero Melani Graverini?

«Molto positivo. È una figura di grande spessore, molto stimata in città. Per noi è un onore averlo nella lista, perché alza ulteriormente il livello qualitativo del progetto civico che stiamo costruendo».

Il ruolo di Gianfrancesco Gamurrini sarà ingombrante?

«Assolutamente no. Io credo molto nel gioco di squadra. Da soli si fa poco, vale nella vita, nel lavoro e in politica. Se dovessi vincere, io voglio fare il coordinatore di una squadra forte. Non ho alcun problema a delegare a persone capaci e Gamurrini ha già dimostrato sul campo di essere una figura di valore, soprattutto su manutenzioni e lavori pubblici».

La tua candidatura è una follia?

«Un po’ sì. Oggi mettersi in gioco in politica è complicato, soprattutto se hai aziende, una famiglia e figli adolescenti. È sicuramente una scelta impegnativa. Ma nella mia vita una follia vera fu anche quella di aprire una startup a San Francisco, in Silicon Valley. Poi siamo tornati ad Arezzo, e non me ne pento affatto».

Le radici sono un valore o un limite?

«Dipende. Dal punto di vista imprenditoriale una città come Arezzo può sembrare un limite, ma sempre più persone cercano luoghi dove si possa vivere bene. Arezzo offre questo equilibrio: è una città bella, con storia, cultura, lavoro, ma anche con ritmi più umani. Per me è un mix quasi perfetto».

Per fare il sindaco di Arezzo bisogna essere aretini?

«Io penso di sì. Un sindaco deve essere presente e deve conoscere la città vivendola da cittadino. Chi ogni giorno porta i figli a scuola, va al lavoro, frequenta i quartieri e le periferie, ha una percezione diretta dei problemi. Questo fa la differenza».

La sicurezza oggi è davvero un problema ad Arezzo?

«Sì, è un problema vero. Forse i numeri assoluti non sono drammatici, ma la percezione della sicurezza è cambiata rispetto al passato. E questo non va sottovalutato. Un sindaco non può fare tutto da solo, perché la sicurezza dipende anche da prefettura e forze dell’ordine, ma può coordinare meglio, investire e innovare».

In che modo?

«Nel nostro programma c’è un forte investimento sulla sicurezza digitale. Oggi ad Arezzo ci sono molte telecamere, ma per lo più passive: servono a controllare dopo che il reato è avvenuto. Noi vogliamo puntare su strumenti più evoluti, capaci di generare alert, controlli e collaborazione in tempo reale con le forze dell’ordine».

Che eredità ti lascia Ghinelli?

«Il primo mandato, quello che ho vissuto da assessore, secondo me è stato molto positivo. Abbiamo lavorato tanto, soprattutto sull’immagine della città e sulla promozione turistica. Se dovessi fare un paragone, direi che da una Serie D siamo arrivati in Serie B. Ora però, per andare in Serie A, serve uno step ulteriore. Sul secondo mandato vedo più luci e ombre, anche perché l’ho osservato da cittadino e da fuori».

Quando hai ufficializzato la candidatura, Ghinelli cosa ti ha detto?

«Mi ha fatto un in bocca al lupo e mi ha dato alcuni consigli tecnici, soprattutto su questioni amministrative ancora aperte. È stato un confronto molto concreto».

La Città del Natale è il tuo marchio. Oggi è più un vanto o una gabbia?

«Forse tutte e due le cose. Sicuramente è stata una grande intuizione, nata da uno studio preciso su come coprire i periodi di bassa stagione turistica. Ha funzionato, ha portato tantissime persone e ha cambiato la percezione di Arezzo. Però a un certo punto è cresciuta moltissimo, forse anche troppo, e oggi va ripensata e rinnovata, anche perché ormai tante città l’hanno copiata».

C’è qualcosa che cambieresti?

«Mi sarebbe piaciuto coinvolgere di più anche le zone fuori dal centro storico. E poi oggi credo serva un passo ulteriore sul format, perché il contenitore Arezzo è fortissimo, ma le attrazioni vanno rinnovate se vogliamo restare competitivi».

Qual è la cosa di cui Arezzo ha più bisogno oggi?

«Di un rapporto diverso con la pubblica amministrazione. Troppo spesso il cittadino ha la sensazione di trovare uffici che dicono no, tempi lunghi e un muro di gomma. Serve una giunta molto presente, un sindaco presente e uffici che ascoltino davvero cittadini, imprese e associazioni».

Il tuo pallino resta la semplificazione?

«Assolutamente sì. Per me innovazione e semplificazione devono attraversare tutto il Comune. Voglio portare il più possibile i servizi dentro lo smartphone dei cittadini, con un’unica applicazione capace di racchiudere certificati, richieste, segnalazioni e rapporto diretto con l’amministrazione. E allo stesso tempo gli uffici devono avere strumenti più moderni per lavorare meglio e più velocemente».

La tecnologia però rischia di lasciare indietro qualcuno.

«È vero, ed è un tema che ho presente. Proprio per questo voglio costruire una rete di associazioni e volontari che possa aiutare chi è in difficoltà con il digitale. Dobbiamo correre verso l’innovazione, ma senza dimenticare chi non sa usare questi strumenti».

Hai letto cose che ti hanno ferito in campagna elettorale?

«Su di me relativamente poco, a dire la verità. Mi ha dato più fastidio leggere certe offese rivolte ad altri, anche a persone di un certo livello e di una certa età. È una cosa che non sopporto. Io non voglio fare una campagna elettorale parlando male degli altri».

La pallavolo è ancora una passione centrale?

«Sì, da sempre. Ho giocato, allenato, mi sono tolto belle soddisfazioni e oggi alleno una Serie D maschile a Monte San Savino. La pallavolo mi ha formato moltissimo anche sul piano caratteriale: ti insegna a stare in mezzo alle persone, a gestire un gruppo, a capire che ognuno ha bisogno di un approccio diverso».

Se diventerai sindaco dovrai lasciare anche questa passione?

«Penso di sì. Il ruolo di sindaco richiede una dedizione totale. Se non dovessi vincere continuerò ad allenare, ma se dovessi amministrare la città non avrei il tempo per farlo».

Hai fatto una riunione di famiglia prima di candidarti?

«Sì, e se avessi ascoltato loro forse non sarei qui. C’è stata molta preoccupazione, soprattutto perché sanno quanto io sia presente nelle mie aziende e nella vita familiare. Però, come succede nelle famiglie unite, una volta che ho deciso mi stanno sostenendo al cento per cento».

Che cosa ti avrebbe detto tuo padre?

«Non lo so, ma credo che questo sarebbe stato un ruolo che gli sarebbe piaciuto molto. Lui si è speso tantissimo per Arezzo, come mio nonno prima di lui. Mi dispiace solo che sia venuto a mancare troppo presto: nel 2015 io diventai assessore a giugno e lui morì a luglio. Non ha fatto in tempo a vedere nulla».

In cosa ti senti diverso da Donati e Ceccarelli?

«Nel fatto che non sono un politico di professione. Questo comporta pro e contro, ma credo di poter portare un approccio molto pragmatico, concreto, orientato al fare. Io parto dal problema e cerco di costruire un metodo per risolverlo. È questo il senso anche della parola Fare che abbiamo scelto per la nostra lista».

Questo approccio vale anche per le manutenzioni?

«Sì. Oggi troppo spesso si rincorre il problema. Si aspetta che la buca diventi enorme, poi parte l’appalto, passano mesi e nel frattempo il cittadino subisce il disagio. Noi vogliamo un sistema più predittivo, con una mappatura completa della città e con tecnologie capaci di prevenire il degrado prima che si manifesti».

Che idea ti sei fatto del progetto per il nuovo stadio?

«Molto positiva. È un progetto moderno, innovativo, finanziato da privati, che può rappresentare una svolta per la città. Lo sport è un tema centrale, non solo per gli eventi ma per la crescita dei ragazzi. Ben venga quindi il nuovo stadio, così come un’attenzione più forte a tutto il mondo sportivo».

Avete anche un’idea sul collegamento tra città e stadio.

«Sì, stiamo lavorando a una proposta che si chiama “linea amaranto”: un collegamento visivo e funzionale tra la città e il nuovo impianto, con percorsi, pensiline e soluzioni che richiamino i colori dell’Arezzo. È una piccola idea, ma secondo me bella e identitaria».

Perché ad Arezzo manca ancora una squadra stabilmente al top in uno sport?

«Credo sia un mix di fattori: mancanza di impianti moderni, assenza di grandi investitori in alcuni settori, ma anche troppo campanilismo. Troppo spesso società che insieme avrebbero potuto costruire qualcosa di grande si sono fatte la guerra. E alla lunga questo si paga».

Che lettura dai del referendum?

«Ho votato sì, e mi ha stupito la forza del no. Però non credo che questo risultato possa incidere molto sulle amministrative. I cittadini scelgono con la loro testa e le elezioni comunali seguono logiche molto diverse».

C’è un luogo di Arezzo che senti particolarmente tuo?

«Direi piazza Guido Monaco, perché ci sono nato e ci vivo da 52 anni. Ma se penso a un luogo del cuore mi viene in mente anche l’albero torto al Prato. Ci andavo da piccolo con mio padre, poi ci ho portato i miei figli. È uno di quei posti che appartengono profondamente alla memoria aretina».

Se ti immagini nel 2031, cosa vedi?

«Questo lo lascio decidere ai cittadini. Io posso dire che ho sensazioni positive e che mi piacerebbe portare a termine quel percorso che ho interrotto nel 2020. Poi saranno gli aretini a scegliere».

Marcello Comanducci, candidato a sindaco con la lista civica Fare e sostenuto dai partiti del centrodestra, è l’ospite di InsideUp, prodotta da Atlantide Audiovisivi e condotta dal giornalista Andrea Avato. Ex assessore della prima giunta Ghinelli, è l’ideatore della Città del Natale, che nel corso degli anni ha richiamato ad Arezzo milioni di turisti. Nato nel 1974, sposato e padre di due figli, aretino, è un imprenditore che ha deciso di dedicarsi alla politica: digitalizzazione, innovazione e semplificazione sono i punti cardine del suo programma elettorale. Ha spiegato la genesi della sua candidatura, i rapporti con la politica tradizionale, le priorità della futura azione di governo ma anche l’amore per la pallavolo, le esperienze lavorative nella Silicon Valley e l’importanza del legame con il territorio per chi ha l’ambizione di amministrare la città.

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