Presidio sindacale questa mattina davanti al Museo Archeologico di Arezzo in occasione dello sciopero nazionale dei lavoratori di musei, archivi e strutture culturali. Una mobilitazione che ha portato in piazza le rivendicazioni di un settore che denuncia da anni carenze di personale, precarietà diffusa e un progressivo arretramento del ruolo pubblico nella gestione della cultura.
«Si tratta del primo sciopero nazionale indetto dai lavoratori della cultura, probabilmente il primo dai tempi degli anni Settanta», ha sottolineato Gabriella Petteruti della Cgil durante il presidio. «È una mobilitazione che rivendica maggiori tutele per tutti i lavoratori del comparto, un settore caratterizzato da una forte eterogeneità contrattuale che va dai dipendenti ministeriali alle partite Iva, con livelli molto diversi di protezione salariale e di sicurezza sul lavoro».
Al centro della protesta la situazione critica delle strutture culturali aretine. «La crisi strutturale del comparto cultura nel nostro territorio è ormai un’emergenza cronica – spiegano Gabriella Petteruti e Luca Innocenti, dirigenti di Fp e Nidil Cgil –. Il progressivo taglio delle risorse pubbliche ha ridotto gli organici all’osso nei musei, nella Soprintendenza e nell’Archivio di Stato».
Secondo il sindacato, l’intero sistema museale statale della provincia può contare su appena due funzionari e meno di trenta assistenti alla fruizione, distribuiti tra i cinque musei statali di Arezzo, dal Museo Archeologico a Casa Vasari, e le strutture di Anghiari. Una dotazione che rende sempre più difficile garantire aperture regolari e servizi adeguati ai visitatori.
Le conseguenze ricadono direttamente sui lavoratori rimasti in servizio. «Hanno difficoltà persino a coprire la turnistica – spiega Petteruti – e spesso non riescono a usufruire pienamente di ferie, permessi previsti dalla Legge 104 o altri istituti contrattuali perché il personale è insufficiente a garantire l’apertura dei servizi».
Situazione complessa anche per l’Archivio di Stato di Arezzo, definito dal sindacato una struttura fondamentale per la conservazione della memoria storica, documentaria e amministrativa del territorio. «Non è un semplice deposito di documenti – ricordano Fp e Nidil Cgil – ma un presidio essenziale per la tutela delle nostre radici culturali e per la ricerca storica e scientifica. Eppure soffre anch’esso le conseguenze del blocco del turn over e della carenza di personale».
Per il sindacato, la risposta del Ministero della Cultura alla crisi degli organici è stata quella di fare sempre più affidamento su esternalizzazioni, appalti e lavoro precario. «Le carenze del pubblico sono state progressivamente compensate con affidamenti a fondazioni, cooperative e persino società partecipate del Ministero stesso – evidenzia Petteruti –. In molti casi si utilizzano contratti del commercio per attività culturali. Questo dimostra quanto il settore sia oggi fondato sulla precarizzazione del lavoro».
Una situazione che, secondo i rappresentanti sindacali, genera una vera e propria frattura all’interno dei luoghi della cultura. Da una parte i dipendenti pubblici sempre meno numerosi, dall’altra lavoratori esternalizzati, partite Iva e operatori soggetti a contratti differenti, spesso con minori tutele e salari più bassi.
«Parliamo di un comparto che produce ricchezza e attira investimenti e turismo – aggiunge Petteruti – ma i benefici economici non vengono redistribuiti in modo equo a chi contribuisce ogni giorno a creare questo valore».
Tre le principali richieste avanzate dalla mobilitazione nazionale. La prima riguarda dignità e uguaglianza nel lavoro, attraverso salari adeguati, organici sufficienti e il superamento dei contratti precari e dei cosiddetti contratti pirata. La seconda punta a fermare il ricorso sistematico agli appalti, chiedendo la reinternalizzazione dei servizi culturali e un piano straordinario di assunzioni nel Ministero della Cultura. Infine, i sindacati chiedono l’introduzione di un reddito di discontinuità per tutelare i lavoratori intermittenti e precari del settore.
«Siamo qui per rappresentare le loro istanze – conclude Petteruti – e per chiedere con forza assunzioni straordinarie, la reinternalizzazione dei servizi e tutele reali per tutti i lavoratori della cultura. Perché la valorizzazione del patrimonio culturale non può prescindere dalla valorizzazione di chi ogni giorno lo custodisce e lo rende accessibile ai cittadini».



















