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Attualità

Pasqua, la domanda e i segni: il vescovo Migliavacca invita Arezzo a diventare testimone

05/04/2026 16:16

AREZZO – C’è un filo rosso che attraversa le celebrazioni pasquali in Cattedrale: parte dalla Messa Crismale, passa per la Veglia e arriva fino al giorno di Pasqua. È un percorso coerente e progressivo quello proposto dal vescovo Andrea Migliavacca, che tiene insieme realismo e speranza, denuncia e testimonianza, liturgia e vita, dentro il contesto concreto della comunità aretina.

Già nella Messa Crismale, celebrata il Giovedì Santo, il tono è chiaro: il tempo che viviamo è segnato da tensioni profonde. La guerra, anche se lontana, “coinvolge le coscienze”; le difficoltà sociali ed economiche attraversano le famiglie; crescono povertà e fragilità. Uno scenario che non è astratto, ma che tocca da vicino anche il territorio aretino, tra incertezze sul lavoro, fatica delle famiglie e nuove forme di fragilità sociale.

Ma è proprio dentro questo quadro che il vescovo individua la chiave: l’unzione. Non solo un gesto liturgico, ma un’immagine capace di interpretare la missione della Chiesa oggi. Gli oli benedetti – catecumeni, infermi, crisma – diventano una sorta di “programma pastorale” anche per le parrocchie della diocesi.

L’olio dei catecumeni richiama l’annuncio della vita: una Chiesa che ad Arezzo è chiamata a essere generativa, accogliente, capace di parlare ai giovani e di accompagnare le famiglie. L’olio degli infermi invita a farsi carico delle ferite: quelle degli anziani soli, delle persone malate, ma anche delle nuove povertà che emergono nel territorio. Il crisma, infine, parla di dignità: ogni persona, in ogni quartiere e realtà della diocesi, è portatrice di un valore che va riconosciuto e custodito.

Questo impianto trova uno sviluppo naturale nella Veglia pasquale. Qui il vescovo compie un passaggio ulteriore: dalla missione della Chiesa alla verifica della sua credibilità. Dopo aver proclamato la Risurrezione, l’omelia si trasforma in una domanda diretta e insistente: dove sono oggi i testimoni del Risorto?

La domanda non resta generica, ma scende nel concreto: nelle strade delle città, nelle famiglie preoccupate per il futuro, nei giovani che cercano punti di riferimento. È una domanda che riguarda anche Arezzo, le sue comunità, il suo tessuto sociale. Se Cristo è risorto, dove si vede nella vita quotidiana della nostra città?

E quando la domanda sembra non trovare risposta, si fa ancora più radicale: “Dove sei, Signore?” Una domanda che attraversa anche chi vive la fede dentro le difficoltà del presente. La risposta, però, non è teorica: il Risorto si incontra nella liturgia, nella comunità, nei sacramenti celebrati proprio in quella Cattedrale che diventa cuore pulsante della diocesi. Da lì nasce la possibilità di ripartire, di diventare testimoni visibili, capaci di dire: “ci sono io”.

Il giorno di Pasqua, infine, il registro cambia. Dalla domanda si passa al racconto. Il vescovo parla di “quadri”, immagini di vita in cui la Risurrezione si rende visibile. Non più la mancanza, ma la presenza.

E quei “quadri” non sono lontani dalla vita quotidiana: storie di perdono, di solidarietà, di bene che nasce anche dalle ferite. Dinamiche che si possono riconoscere anche nelle comunità locali, nei gesti silenziosi di volontariato, nelle reti di solidarietà che attraversano il territorio aretino, spesso senza fare rumore.

Il passaggio finale è il più personale: dove è Pasqua nella tua vita? È una domanda che riguarda ogni credente, ogni famiglia, ogni comunità. Anche ad Arezzo, anche oggi.

Letti insieme, i tre momenti – Messa Crismale, Veglia e giorno di Pasqua – delineano un messaggio unitario. Prima la consegna: essere una Chiesa che annuncia, cura e riconosce la dignità. Poi la verifica: dove sono i testimoni? Infine la scoperta: la Pasqua è già presente, anche nelle pieghe della vita quotidiana della città, ma chiede di essere riconosciuta e resa visibile.

È qui che il messaggio diventa concreto per il territorio: non servono solo grandi gesti, ma una presenza quotidiana, capace di portare speranza nei luoghi della vita – nelle case, nei luoghi di lavoro, nei rapporti sociali.

Perché, in fondo, la Pasqua si gioca proprio qui: nella capacità di una comunità, anche quella aretina, di rendere visibile, giorno dopo giorno, che la vita ha davvero l’ultima parola.

Messa Crismale 2026

02-04-2026

E’ celebrazione di Chiesa oggi nella quale la Grazia di Dio ci chiama, ci rinnova, ci invia, e diventa preghiera perché il Signore non faccia mancare i doni e i ministeri di cui abbiamo bisogno.

Il tempo che viviamo è drammatico. La violenza e l’ingiustizia della guerra che sembra lontana, che miete vittime innocenti in terre più lontane, ma che coinvolge tutti noi e le nostre coscienze e insieme germi velenosi nelle nostre comunità che spingono ad atteggiamenti e parole di difesa piuttosto che di accoglienza ci chiedono di essere Chiesa capace di annuncio, di testimonianza e di impegno nel costruire una società disarmata, disarmante e accogliente.

Anche tra di noi inoltre vi sono segni preoccupanti in riferimento a tensioni sociali, difficoltà nel mondo del lavoro e timori per il futuro, povertà sempre più emergente, fatiche quotidiane delle famiglie sia nell’educare sia nel gestire il proprio futuro. E anche tutto questo ci impegna a portare parole di speranza e di riconciliazione, di condivisione e di aiuto, come il Giubileo che abbiamo concluso ci invitava a riscoprire. La speranza appunto.

Viviamo questo anno francescano, ottocento anni dalla morte di San Francesco e vogliamo cogliere il richiamo di come segni poveri, la via di madonna povertà deve sempre più essere la via della Chiesa e dei suoi ministri. Lo abbiamo visto: le stimmate di cui il Santuario della Verna è custode nella memoria e le ossa del Santo di Assisi che tanti di noi siamo andati a venerare sanno attrarre ancora tante persone che in questi segni apparentemente fragili e poveri hanno ritrovato la forza del vangelo vissuto, della attualità del vangelo. Una attualità a cui noi per primi, vescovo e presbiteri, possiamo chiederci se ci crediamo davvero e se su di essi sappiamo veramente contare.

Non voglio dimenticare la sfida che a tutta la Chiesa lanciano i giovani, vivo richiamo alla autenticità e alla necessità di ricercare e promuovere valori veri della umanità, segnati dal rispetto, dalla amicizia, dalla capacità di incontrare e andare oltre i propri confini personali. I giovani sono sempre capaci di insegnarci qualcosa.

E se vogliamo aggiungere altri stimoli al tempo che stiamo vivendo e in cui ci collochiamo come Chiesa in missione e presbiteri in missione potremmo citare l’esperienza del cammino sinodale che insieme a tutte le chiese in Italia siamo chiamati a recepire e far diventare pane quotidiano e il ripensamento della Chiesa nel territorio che con Pentecoste vorremmo ufficialmente condividere.

In una Chiesa che in questo anno ha raccolto la grande testimonianza di papa Francesco, con il suo ultimo saluto il giorno di Pasqua dell’anno scorso e il Magistero solido di papa Leone che ora, come pastore, guida la Chiesa intera.

In tutto questo ci siamo noi: credenti, giovani e anziani, famiglie, poveri e gente facoltosa, diaconi e religiosi, presbiteri e religiose. Ci siamo noi come Chiesa in missione e capace di testimonianza.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato e i segni liturgici di questa celebrazione ci consegnano una immagine che vorrei raccogliere e su cui riflettere. Si tratta della unzione.

La prima lettura del profeta Isaia, poi ripresa dalle parole di Gesù come ci racconta il vangelo, così afferma: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio”.

Nel segno di questa unzione il profeta racconta la sua missione, la vocazione a cui è chiamato e così Gesù dirà di sé: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Cioè sono io a realizzare tutto questo. “Il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra”, come afferma san Giovanni (II lettura).

Dunque l’unzione è il segno di elezione e di scelta, di mandato e di benedizione che accompagna la vita del profeta e che interpreta il cammino di Gesù, fino al dono della sua vita sulla croce.

Questi testi associano l’unzione con l’olio alla effusione del dono dello Spirito. Se il segno della unzione avviene con l’olio, il dono offerto e profuso con questo segno è lo Spirito di Dio che è amore e che anima la vita intera.

In questa celebrazione il segno della unzione è vissuto nel rito con la benedizione degli oli santi: l’olio degli infermi, quello dei catecumeni e il crisma. Ripeteremo le parole di benedizione che invocano da Dio il dono del suo Spirito su questi oli e chiede che di questo Spirito siano segno e veicolo per chi li riceveranno.

L’unzione che richiama la Parola di Dio e che nel rito oggi vivremo nella benedizione, e al termine della Messa nella consegna di questi oli, illumina e interpreta la missione della Chiesa e anche quella dei presbiteri nel nostro tempo.

Vorrei brevemente richiamare in estrema sintesi il dono di cui questi oli sono portatori e quindi cosa ci indicano della missione e dell’annuncio della Chiesa nel mondo e quindi anche dei suoi presbiteri.

L’olio dei catecumeni: è l’olio che nel cammino della iniziazione cristiana degli adulti segna una particolare tappa che precede il battesimo e li introduce nella vita del vangelo la via della vita. Nel battesimo dei bambini questo olio è parte dell’unico rito battesimale.

E’ dunque questo l’olio che annuncia la vita, racconta come Dio fa vivere, desidera la vita per noi. Esso significa che l’incontro con Dio, la sua accoglienza è per il catecumeno e per il battezzato, per noi, regalo di vita.

E questa è la missione della Chiesa nel nostro tempo: annunciare la vita, essere portatori di vita.

Così devono essere i nostri preti. Ce lo possiamo chiedere cari presbiteri: chi incontra voi incontra annunciatori gioiosi della vita, persone capaci di rialzare e rimettere in cammino, compagni di strada che per primi perdonano per insegnare il perdono come via di novità di vita? Siamo noi portatori di una testimonianza di Chiesa che richiama il valore della vita, dal suo concepimento alla morte naturale e mai indotta? Come Chiesa ci chiediamo se le nostre comunità sono comunità vive, generative, capaci di accoglienza, di gioia, di condivisione con i più poveri, non sfiduciate e spente, coraggiose nel ricercare e assumere strade di collaborazione e condivisione? E noi preti animiamo comunità che vivano con questo spirito che è essere così portatori di vita?

Ecco l’olio dei catecumeni: ci chiede di essere come Chiesa e come presbiteri annunciatori e portatori di vita. Perché il nostro Dio è il Dio della vita.

L’olio degli infermi. E’ l’olio che cura e che guarisce, che ci fa curvare sulle ferite e le povertà degli altri e ci chiede anche di toccare le ferite per guarirle e far sì che esse da ferite diventino feritoie dell’amore. L’olio degli infermi è l’unzione che ci chiede di farci carico di chi soffre e ci invita a vivere l’esperienza della custodia della fragilità, con la mano che unge e che noi dobbiamo metterci.

Anche l’olio degli infermi ci interroga. Sappiamo quante ferite segnano la nostra umanità e il popolo di Dio. Ci sono ferite che vengono dalla guerra, altre dalle malattie, da tante sofferenze; ci sono le ferite dovute al peccato e quelle che ci siamo procurati gli uni contro gli altri. Questo olio ci invita a chiederci se sappiamo benedire le ferite, cioè trovare in esse una occasione per amare e per farci carico del fratello e della sorella, di chi è più debole, di chi è a terra, di chi è escluso. E’ l’olio che ci dice e ci ricorda: tocca a te amare, e prenderti cura del prossimo. Tocca a te. Noi preti dovremmo dirlo ogni giorno: tocca a me. Tocca a noi curare gli infermi, consolare chi piange, ritessere i legami spezzati della fraternità e della comunità, accogliere chi viene escluso fino al peggiore dei peccatori.

L’olio del crisma. E’ l’olio più prezioso, un olio profumato con preziosi aromi. Esso viene usato per consacrare i figli di Dio nel battesimo, nella cresima ed è versato sulle mani di coloro che diventano presbiteri e sul capo di chi diventa vescovo.

Tra i tanti suoi significati vorrei richiamare che l’olio del crisma dona quella unzione che fa del nostro cammino la sequela dei passi di Gesù. Esso ci ricorda la nostra dignità di figli amati da Dio, racconta la preziosità della nostra vita, annuncia che quello che vive Gesù è la vita più bella e più vera possibile, ci chiama alla sequela. Il crisma è per noi annuncio che la nostra vita è bella, è preziosa, è amata, è feconda.

La Chiesa ha davvero il compito di annunciare quanto questo olio del crisma evoca: la preziosità e la dignità di ogni essere umano, senza distinzioni. La piena dignità umana che trova il suo vertice nell’amare di Dio. Siamo capaci di amare, noi, Chiesa, ogni altra persona? Lo facciamo con la vita più che con le parole? E noi preti rispettiamo ogni persona, proprio tutte, riconoscendo la sacralità della loro vita che è da accogliere e custodire? E tra noi preti ci stimiamo, sappiamo riconoscere la preziosità di ciascuno e il dono che è in ogni altro presbitero?

E’ affascinante il campo dell’annuncio e della missione che si apre davanti a noi anche alla luce del messaggio di questa unzione, di questi oli.

E allora mettiamoci in cammino. Abbiamo gli oli benedetti, abbiamo la forza del Vangelo, abbiamo la perla preziosa dell’Eucaristia… e con tutto questo possiamo benedire il nostro mondo.

Ancora una parola però vorrei richiamare. Questi oli che noi preti usiamo per amministrare i sacramenti raccontano qualcosa anche a noi, proprio a noi ministri del vangelo.

L’olio dei catecumeni dice a te, caro fratello prete, che la tua vita è dono di Dio, è una vita amata, è capace di fecondità e di bellezza, e vita che sa accogliere e condividere e non rinnega i legami belli della amicizia. Lo vorrei dire a tutti i preti festeggiati in questa celebrazione per il loro anniversario significativo: la vostra vita cari amici è davvero bella, è benedetta, e sempre dono di Dio.

Cari presbiteri: guardatevi, guardate alla vostra vita e potete chiedervi: chi ama me? Come posso scoprire che la mia vita è amata? Come mi raggiunge l’amore di Dio.

Cari fratelli e sorelle amate i vostri preti, siate capaci di far sentire loro l’amore di Dio.

L’olio degli infermi cari presbiteri vi dice che anche voi avete fragilità, abbiamo certamente il peccato, tanti peccati, siamo poveri e segnati da varie sofferenze e talvolta anche il carattere personale non è granché. Ebbene questo olio ci annuncia che possiamo essere curati, custoditi, personati, abbracciati. Chi cura le tue ferite e le tue delusioni caro fratello prete? Oggi ci viene detto: puoi essere consolato anche tu. Cari fratelli e sorelle il popolo di Dio nel suo insieme può essere balsamo di guarigione e sostegno per i nostri preti.

L’olio del crisma annuncia a noi preti che la nostra è vita consacrata, donata al Signore e alla Chiesa, cioè è vita che si dona, chiamata a donarsi, a servire. Ma insieme ci annuncia che il dono dell’amore e di Gesù servo è per noi. E’ Lui, il Signore, che si alza da tavola per lavare i piedi agli Apostoli. Siamo lavati, nel segno di questo crisma, dall’amore di Dio per noi che svela la bellezza e la preziosità della nostra vita. Allora, caro fratello prete ti chiedo: ti vuoi bene? Custodisci la preziosità della tua vita, soprattutto non ripiegandosi su di sé, ma donando tutto di sé? Il dono del Signore per voi, per noi e di tanti nostri fratelli e sorelle ci accompagna e ci sostiene. Siamo amati, sì siamo amati e benedetti. E al popolo di Dio chiedo di essere loro il profumo che tiene vivi i nostri preti, come comunità che accoglie il dono di vita dei nostri presbiteri.

Siamo invitati oggi a portare questi oli nelle nostre parrocchie e ad accoglierli solennemente nella celebrazione in Coena Domini.

Nel segno di questa unzione sentiamoci confermati come Chiesa in uscita, Chiesa che annuncia e che sa parlare al mondo di oggi. E con questi oli sentiamoci confermati noi presbiteri nella nostra vocazione e nel dono della vita, con le promesse che tra poco potrete rinnovare.

L’olio non manca, è abbondante e ricca è per tutti noi la benedizione di Dio.

+ Andrea Migliavacca

Veglia Pasquale 2026

04-04-2026

Il lungo corso delle letture che abbiamo ascoltato e che sono il tesoro della Parola di Dio ci hanno raccontato la vita.

E’ la vita nel suo sorgere, nella creazione, poi la vita che diventa avventura da vivere, quella che anche Abramo sperimenta, e poi è la vita che viene promessa dai profeti ed è novità, rinnovamento.

Tutto questo ci ha portato all’annuncio sorprendente del vangelo, a Gerusalemme, in un sepolcro che viene trovato vuoto, proprio lì dove avevano posto Gesù morto.

Un angelo disse alle donne: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. E’ risorto…”.

E San Paolo ci ha ricordato che noi possiamo vivere questo dono della risurrezione, la Pasqua nella ricchezza del battesimo e quindi nel diventare noi testimoni della risurrezione.

Il vangelo racconta anche che le donne che erano andate al sepolcro all’alba diventano le prime annunciatrici: “Presto andate a dire ai suoi discepoli: E’ risorto dai morti”. E commenta il vangelo: “Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio…” e viene loro incontro proprio Gesù che personalmente le invia a dire la notizia straordinaria della risurrezione: “Non temete; andate ad annunciare… là mi vedranno”.

Ci sono le donne e ci saranno altri testimoni che partendo da quel sepolcro vuoto annunciano la vita, la Risurrezione, che il Signore, il crocifisso è vivo.

Ma dove sono oggi quelli che sono partiti dal sepolcro vuoto per annunciare il Risorto e la vita?

Quelli che credono davvero che Lui è vivo e lo hanno visto, incontrato. Dove sono oggi? Sembra che non se ne vedano in giro…

Dove sono gli annunciatori della Pasqua lì dove c’è la guerra? Dove sono questi portatori di luce e di gioia, di pace e di speranza dove si spara e si uccide, dove un drone o una bomba a grappolo può fare strage, dove nessuno è più sicuro e i più innocenti, come i bambini, perdono la vita? Mentre si sentono i grandi della Terra usare parole di prepotenza e di usurpazione della giustizia, dove sono quelli che erano partiti dal sepolcro per raccontare che è vuoto e che il Signore è vivo?

Dove sono quelli che erano partiti dal sepolcro per portare l’annuncio della Pasqua, oggi, nei luoghi della fragilità e delle ferite? Dove sono finiti, perché talvolta non pare di ritrovarli. Dove sono questi testimoni del risorto nei nostri ospedali, nelle case di riposo, nelle carceri? Portatori dell’annuncio di vita, dove siete? Abbiamo bisogno di voi, abbiamo bisogno che venga portata la notizia del sepolcro vuoto.

E dove sono questi testimoni nella nostra città? Se ne vede qualcuno nelle nostre famiglie oggi così preoccupate del proprio futuro e anche delle fatiche di far fronte alla crisi economica ed energetica? C’è forse qualcuno che era partito da quel sepolcro vuoto e che sta oggi con i giovani e porta loro la luce della vita? Passa qualcuno di questi che hanno visto il Signore vivo per le nostre strade, facendosi carico dei poveri, di chi dorme sotto le stelle, dei clochard, e magari dalla strada qualcuno apre anche la porta di casa per accogliere chi è diverso da noi, viene da un’altra terra, è immigrato, magari ha un’altra religione?

E c’è tra noi gente che corre dal luogo del risorto per farsi carico gli uni degli altri, per regalare un po’ di ascolto di cui tanto oggi abbiamo tutti bisogno, curandosi anche delle fatiche quotidiane, piccole o grandi di ciascuno?

Amici che siete partiti da quel sepolcro vuoto…, ma dove siete? Sembra di non vederne in giro? Sembra che siano più potenti e numerosi i portatori di notizie di morte e di ingiustizia. Dove siete finiti testimoni del risorto nel nostro mondo di oggi e nelle nostre città, e tra le nostre case, fino alla amicizia condivisa? Dove siete?

Ma soprattutto dove sei tu, Signore vivente e risorto? Dove ti possiamo incontrare?

Sembra a volte di far fatica a trovarti, a sentire la tua presenza e la tua opera di amore infaticabile.

Dove sei Signore Risorto che oggi celebriamo in questa solenne liturgia pasquale?

E’ la domanda che tanti, e forse anche noi talvolta, ci siamo posti? Dove sei Signore della vita?

Oggi lo celebriamo e lo incontriamo nella ricchezza della liturgia, nella Parola, nel dono del battesimo e della confermazione e soprattutto nell’Eucaristia.

La nostra domanda: dove sei Signore… non trova la risposta delle parole, ma il dono di un incontro. Oggi qui incontriamo Lui, il Risorto.

E allora potremo ripartire, potremo noi correre, portare l’annuncio del sepolcro vuoto, della vita e del Signore risorto.

E quando qualcuno chiederà o griderà dove sono i testimoni di questo annuncio potremo noi con entusiasmo dire e gridare: “sono qui, ci sono io, sono presente e accanto alle vicende del mondo e delle persone e situazioni più diverse e ci sono per annunciare che il Signore è vivo e lo abbiamo incontrato e per questo ci siamo, qui, per portare la vita e l’amore, sempre”.

+ Andrea Migliavacca

Pasqua 2026

05-04-2026

L’annuncio di Pasqua ci consegna dei “quadri”, delle scene che ci raccontano la meraviglia, la sorpresa, l’entusiasmo, le domande, la corsa, la novità del sepolcro vuoto e quindi dell’incontro con la vita, dell’attesa del risorto, del trionfo della vita sulla morte.
Ne abbiamo testimonianza nella pagina evangelica.
Maria di Magdala per prima va al sepolcro e lo vede spalancato e vuoto; allora corre dai discepoli e Pietro e Giovanni corrono al sepolcro per vedere anche loro. La sorpresa è grande, le domande pure, ma la verità si fa strada nel cuore, come per Giovanni che, dice il vangelo, “vide e credette”.
E’ Pasqua, il sepolcro di allora ancora oggi è vuoto perché il Signore, il crocifisso è vivo, è risorto e lo possiamo incontrare.

L’incontro con il Risorto lo possiamo scoprire, accogliere, vedere in tanti quadri e storie di vita.
Ne vorrei condividere alcuni che sono pagine vive di vangelo e di annuncio della Risurrezione, sono pagine di vita che hanno il profumo e la gioia della Pasqua.

Chiara Mocchi, insegnante di francese di Trescore Balneario, accoltellata da un ragazzino, un suo studente. Abbiamo sentito tutti questa notizia. Ma ancor più sorprendente è la reazione della professoressa, scritta anche come lettera ad un giornale, nella quale consegna parole di perdono e di amore. Lei che poteva essere piena di risentimento e magari con spirito di rivalsa o forse vendetta, ha invece parole che desiderano il bene anche di chi l’ha aggredita.
Così scrive: “Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte, verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché… Se il Signore vorrà concedermelo tornerò in classe, tra i banchi… tornerò… a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili… perché insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande”.
Sono parole di speranza e di perdono, di sguardo al futuro e al bene, di fiducia verso i giovani…
E ascoltando questa insegnante ci sentiamo a Pasqua, nella luce del Signore che è risorto.

E ricordate la strage di Cras Montanà all’inizio dell’anno? Tantissimi adolescenti, ragazzi che voleva fare festa e avevano davanti a loro la vita intera sono morti in un assurdo incendio. E tanti altri ne porteranno le ferite per sempre. E con loro nel cuore, sono morti anche i loro genitori… Una immane tragedia.
Eppure anche da una tale sofferenza stanno nascendo esperienze di bene e di futuro, di amore e di condivisione.
E’ commovente sentire la testimonianza di alcuni di quei giovani che erano nel locale che si sono dati da fare per “salvare”, aiutare altri come loro. Chi è entrato a cercare la fidanzata, chi a chiamare l’amico che era ospite a casa.
E poi alcuni genitori, feriti nel profondo, hanno pensato di trasformare quel dolore immane in una possibilità e un progetto di bene, dando vita a fondazioni che vogliono regalare futuro e possibilità ad altri giovani. E così nasce la borsa di studio in memoria di Emanuele, e un’altra iniziativa a ricordo di Riccardo, un’altra ancora per ricordare e promuovere la memoria di Chiara, con una singolare iniziativa chiamata “borse di sogno”. Da tanta sofferenza sta fiorendo una molteplicità di bene e di condivisione che lascia intravvedere nel buio di quel sepolcro che è stato a Cras Montanà le prime luci dell’alba di Pasqua. E anche qui si sente l’eco del Signore risorto.

Penso anche alla celebrazione di giovedì scorso, la messa in Coena Domini e anche quella di stamattina in carcere. Si potrebbe pensare che lì ci sono quelli che hanno sbagliato. E cosa devono meritarsi? Eppure, senza dimenticare anche coloro che sono vittime di un reato a cui va il nostro pensiero, incontri lì tante storie di vita, tante sofferenze, difficili speranze…
E con loro la presenza di tanti volontari che portano il bene tra le celle dei carcerati… Ma soprattutto con loro Gesù. Era giovedì sull’altare, al centro di tutto e di tutti, con un silenzio che palpitava di domande e di preghiera. Gesù lì, al centro, in carcere, che a tutti diceva: Ti amo. Ed era lì il Risorto.
E’ la Pasqua.

Potremmo proseguire con questi quadri pasquali. Forse anche voi potreste raccontarne qualcuno. Mi piacerebbe chiedervi di pensarti, di ritrovare nella vostra vita, nella vostra esperienza una storia di vita che racconta la Pasqua. Sarebbe bello raccontarcele tra di noi, magari anche oggi a tavola, con gli altri che fanno festa e tu… regali a tutti una bella storia di Pasqua, una della nostra vita… perché lì c’è il Risorto.

Ma di un ultimo quadro non possiamo dimenticarci.
La tua vita, la tua storia. E’ una realtà, la tua vita, fatta di progetti, di speranze, qualche sofferenza, è fatta di relazioni riuscite e qualcuna ferita, è fatta di volti e di storie. E’ la tua vita.
E nella tua vita dove è Pasqua? Dove incontri il Signore che porta la vita, che rimette in piedi, riapre l’orizzonte della speranza? La tua vita può davvero essere Pasqua…
Allora raccontala. E magari nel raccontarla ti accorgerai del tesoro che porta con sé, della luce che oggi la attraversa, dell’amore che la rianima sempre e la apre agli altri, della voce di Lui, del Signore che è vivo e ti dice: “Non temere. Vivi, e annuncia nella tua vita la luce e la novità sorprendente della Pasqua”.
Allora e solo allora… sarà davvero Pasqua.

+ Andrea Migliavacca

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