Piccole grandi storie di Ebrei a Castiglion Fiorentino

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“Il Giorno della Memoria” può essere l’occasione per riscoprire in che modo la persecuzione degli ebrei arrivò a Castiglion Fiorentino. Non aspettatevi nulla di eclatante, sono microstorie che niente hanno a che vedere con la macchina di morte dei campi di sterminio. Però aiutano a capire.

Partiamo dall’inizio: Il censimento degli ebrei del 1938, segnalava in provincia di Arezzo 34 persone appartenenti alla comunità ebraica, nessuna di loro risiedeva a Castiglion Fiorentino.
Tuttavia, nell’arco di tempo che va dal 1940 al luglio del 1944, il destino di una trentina di ebrei si incrociò con quello della nostra comunità. Tutto cominciò allo scoppio del conflitto, quando diversi cittadini, appartenenti alle nazioni “nemiche”, vennero “internati” nei centri minori della penisola.
Anche Castiglion Fiorentino ebbe la sua “quota”: inglesi, greci, un paio di francesi e alcuni apolidi, per un totale di 16 persone, si insediarono in paese. Poco dopo arrivarono 23 ebrei: uomini, donne e bambini. Molti di loro venivano da lontano e per alcuni erano tre volte nemici: erano libici, di religione ebraica e per di più sudditi inglesi. Si chiamavano con nomi esotici, Carabot, Fabec, Labi. Facevano parte degli ebrei libici di nazionalità britannica, trasferiti a forza in Italia, per paura che potessero aiutare gli inglesi che avanzavano nel deserto della Cirenaica.
Prima di arrivare a Castiglioni erano passati per Napoli e Roma per poi essere dispersi in centinaia di piccoli paesi. Alcuni di loro finirono la corsa nel campo di concentramento di Villa Oliveto a Civitella della Chiana. E infine, quando il campo divenne strapieno, furono “internati” a Castiglioni.
Essere internati era meglio che stare rinchiusi ma comunque non era una bella vita. Per esempio La famiglia Labi, composta dal padre e nove figli, era relegata in una casetta minuscola al numero 1 di via degli Scolopi. Viveva con il piccolo sussidio che gli passava il comune appena sufficiente a comprare il pane ed erano sottoposti a un rigido regime di sorveglianza: dovevano presentarsi una volta al giorno in Municipio, circolare solo dentro le mura del paese e per poche ore al giorno, gli era vietato possedere una radio, somme di denaro e gioielli, frequentare i bar, incontrarsi con altre persone. Vivevano da isolati in un paese straniero e per di più la propaganda di regime non li risparmiava. Giornali e radio non perdevano occasione per attaccare gli ebrei e anche dalle nostre parti non si scherzava. Per esempio il 17 aprile del 1942, in una conferenza organizzata a Castiglioni dal PNF, un certo avvocato Bertelli impartì una lezione sul tema “Gli Ebrei hanno voluto la guerra”. E il 2 giugno dello stesso anno un tal Dott. Verani tenne una conferenza che aveva per argomento “Alcune verità sugli Stati Uniti”, dove si parlava del complotto giudaico contro l’Europa.
Le cose peggiorarono dopo il 30 novembre del 1943, quando il Ministero dell’Interno della neonata Repubblica Sociale, dispose l’arresto degli ebrei, il loro internamento in campi e il sequestro dei beni. Iniziava per gli ebrei il periodo più duro, il 16 ottobre c’era stato il rastrellamento del ghetto di Roma e in ogni angolo dell’Italia occupata le forze di sicurezza tedesche e la polizia fascista procedevano a fermi e deportazioni. Fu allora che ci fu la fuga in massa degli internati ebrei da Castiglion Fiorentino. La famiglia Labi trovò rifugio a Cortona e fu sottratta all’arresto grazie all’aiuto di Raimondo Bistacci, all’epoca direttore della rivista “L’Etruria”
Ma la storia non finisce con la fuga degli ebrei. Per un breve lasso di tempo, alla fine del ’43, anche a Castiglioni funzionò, presso il convento dei Padri Maristi al Rivaio, un centro di raccolta dei prigionieri.
Da qui passarono tante persone e tra loro Elia e Nissim Labi, catturati a Badia al Pino mentre si dirigevano a sud. I due furono dapprima portati a Castiglioni, poi in carcere a Firenze, quindi a Fossoli e infine trasferiti nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove furono liberati dai canadesi nel 1945.
Il racconto è giunto al termine. Fortunatamente da noi non abbiamo vissuto gli orrori dello sterminio. Nei nostri campi non ritroviamo, come accade ancor oggi in Bielorussia o in Ucraina, tracce delle fosse comuni. Eppure, nonostante quella terribile vicenda ci abbia solo sfiorato, abbiamo l’obbligo di mantenere salda la memoria, perché un paese senza memoria equivale a un paese senza storia.

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Paolo Brandi

Paolo Brandi

Laureato in filosofia a Pisa e in storia a Siena. Amante dei cani, dell'Inter e della Sicilia. Fin da piccolo impegnato in politica ma col tempo ha assunto un atteggiamento più contemplativo.