Undici donne uccise in undici settimane, la quarantena da coronavirus non ferma il femminicidio

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In questi due mesi di isolamento tra le mura domestiche tutti i reati, dalle rapine ai furti allo spaccio, sono diminuiti del 66 per cento. Non si è registrato invece nessun calo alla voce femminicidi: undici donne ammazzate in undici settimane.

L’ultimo episodio di sangue è avvenuto davanti agli occhi di tre bambini: la madre Susanna è stata massacrata a coltellate dopo aver annunciato al marito la volontà di andare dall’avvocato e separarsi. Che la convivenza coatta avrebbe creato problemi di convivenza era già stato messo in preventivo dai vari centri antiviolenza. Chiuse tra le mura domestiche, senza via di fuga, le donne che subivano la violenza del convivente una volta alla settimana, magari dopo una sbronza, sono diventate bersaglio quotidiano della brutalità gratuita e insensata. Ovviamente c’è da chiedersi quante mogli, in questo periodo caratterizzato da coronavirus, abbiano subito in silenzio senza reagire, rinunciando a contattare le forze dell’ordine o i centri antiviolenza non avendo nessuna via di fuga, intimorite dalla prospettiva di peggiorare la situazione e di farla degenerare in maniera tragica. Quando leggiamo la notizia di una donna uccisa dal marito ci facciamo prendere dallo sconforto e dalla tristezza per un comportamento che segue sempre la solita matrice, ovvero la convinzione che la propria compagna, o moglie che sia, venga considerata alla stessa stregua di un oggetto, di un animale domestico, qualcuno che assolva alle funzioni che una mentalità arcaica e medievale gli ha riservato. Ogni variazione all’adempimento dei bisogni sessuali del convivente viene considerato un atto di ribellione, un ammutinamento ai ruoli impartiti. In quasi tutte le circostanze le donne uccise avevano già chiesto aiuto, erano intervenuti i Carabinieri con tanto di lampeggiante acceso. In molti casi gli assassini erano stati precedentemente condannati a tenere le distanze dall’ex convivente. Nonostante tutto la mattanza continua. Mi chiedo quante donne si tengano l’occhio nero, la costola incrinata, il profondo dolore nell’anima in silenzio, sperando che non arrivi mai la giornata fatale. Sono passati 50 anni dall’abrogazione del reato di adulterio, che puniva la moglie adultera con la reclusione fino a un anno, mentre abbiamo dovuto aspettare il 1981 per veder sparire il delitto d’onore, ovvero l’attenuante nei confronti del coniuge omicida qualora vi fosse uno stato d’ira per l’onore offeso da una “illegittima relazione carnale riguardante una delle donne della famiglia”. Siamo nel 2020 e ancora, nonostante i fiumi di parole, le leggi e gli strumenti a tutela delle donne, assistiamo impotenti a questo disastro come se fosse inevitabile. Credo che in Italia le cose cambieranno soltanto se avverrà una profonda rivoluzione culturale, altrimenti andremo verso un futuro sempre più caratterizzato da odio e intolleranza. Purtroppo al peggio non c’è mai fine, è una triste verità. Viene da pensare leggendo quello che scrisse William Shakespeare, uno dei più grandi poeti e drammaturghi vissuto tra il 1500 e il 1600, rendendo omaggio e riconoscenza all’universo femminile:  

 

Per tutte le violenze consumate su di Lei,
per tutte le umiliazioni che ha subito,
per il suo corpo che avete sfruttato,
per la sua intelligenza che avete calpestato,
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
per la libertà che le avete negato,
per la bocca che le avete tappato,
per le ali che le avete tagliato,
per tutto questo:
in piedi, Signori, davanti ad una Donna
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Massimo Gianni

Massimo Gianni

giornalista iscritto all’Ordine dal 1988, collabora con testate giornalistiche televisive e radiofoniche.