Crisi e pandemia, voci di donne dal lockdown. La foto delle tante forme di violenza

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Ogni giorno 10 donne si rivolgono ai centri anti-violenza della Toscana. Oltre 2.400 i casi ad Arezzo negli ultimi 10 anni. Dalle tante testimonianze raccolte prima e durante i mesi di lockdown, la fotografia dell’emergenza. Oxfam in campo con Net Care

Insieme al Centro di Salute Globale e al Centro Anti-violenza La Nara (Alice), l'impegno di Oxfam per potenziare i servizi di ascolto e supporto. A Arezzo e Firenze in corso una formazione per 60 mediatori e mediatrici culturali per fornire un aiuto concreto a centinaia di donne straniere.

Prevenire e contrastare la violenza di genere in ogni ambito - familiare, lavorativo o causato da situazioni di sfruttamento, offrendo un aiuto concreto alle tante donne straniere arrivate in Toscana, dopo viaggi pericolosi e indicibili per gli abusi e le violenze subite. Il tutto in un contesto come quello toscano, dove in media ogni giorno dieci donne si rivolgono per la prima volta ad un Centro anti-violenza: quasi 26 mila dal 2009 al 2019 secondo gli ultimi dati, di cui oltre 2.400 solo ad Arezzo.

Nasce da qui il progetto Net Care, promosso da Oxfam, Centro di Salute Globale e la cooperativa Alice, che fino al 23 ottobre formerà 60 mediatori e mediatrici culturali a Arezzo e Firenze, perché siano preparati a lavorare nei centri anti-violenza, centri anti-tratta, servizi sociali e ospedali del territorio. Un percorso nato dopo un attento lavoro di indagine delle principali criticità sul territorio e di ascolto delle vittime di violenze - - per potenziare le capacità dei servizi del territorio di offrire un aiuto concreto a donne e minori stranieri.

“Samo di fronte è una situazione complessa e delicata che richiede un team di supporto alle vittime, in grado di identificare e comprendere da subito il profilo delle donne, che hanno subito forme di violenza. È fondamentale indicare un percorso di uscita da situazioni, taciute per anni e che le stesse donne hanno paura a denunciare. spiega Maria Nella Lippi, responsabile del progetto per Oxfam Italia – Gli ambiti dove gli abusi possono verificarsi sono i più disparati e tragicamente dalle testimonianze raccolte, gli episodi non sono affatto diminuiti durante i mesi di lockdown imposti dall’emergenza Covid, soprattutto nei contesti di isolamento in ambito familiare”.

Le principali cause e testimonianze raccolte

Dal lavoro di indagine sul territorio realizzato da Oxfam assieme al Centro di Salute globale e al Centro anti-violenza “La Nara” di Prato, tra le cause di violenze e abusi vi è certamente l’instabilità lavorativa - aggravata dalla crisi economica dovuta alla pandemia – che impedisce di fatto di uscire dalle mura domestiche in cui si subiscono maltrattamenti. Basti pensare che in Toscana circa il 45% delle donne italiane e oltre il 65% di quelle straniere vittime di violenza, non può contare su un’occupazione stabile.

Mi vogliono buttare fuori di casa perché dicono che non faccio bene il mio lavoro di badante, ma non è vero. In realtà vogliono altro da me, ma io resisto e mi rifiuto. Però adesso non so cosa fare e dove andare”,

racconta Miriam arrivata in Italia dall’Africa sub-sahariana. Quasi sempre si è di fronte a donne immigrate che non riescono a rompere la spirale di violenza da cui provengono, che continuano a subire sfruttamento dopo l’arrivo nel nostro paese.

Adesso ho veramente paura, non riesco a ripagare il debito e non voglio tornare a prostituirmi. Ho perso il lavoro e tutta la disoccupazione va alla “madame”, che mi chiede ancora più soldi. Non so come sopravvivere”,

aggiunge Natalie, anche lei di origine africana.

L’emergenza si fa ancora più grave per la condizione di clandestinità cui costringe l’attuale legislazione.

Non avere i documenti significa essere illegali. Se sei clandestino tutti ti possono fare del male o approfittarsi di te, non puoi dire niente. Puoi finire per strada dove succede di tutto”, racconta Natasha, arrivata in Toscana dall’est-Europa. “Non riesco a trovare aiuto, vogliono la residenza ma io non ce l’ho e adesso vivo in una casa abbandonata. Non voglio tornare a casa da mio marito perché mi picchia e non ne posso più, ma nessuno sa dirmi cosa posso fare”,

aggiunge Svetlana, anche lei originaria dell’est-Europa.

“Tutte le testimonianze raccolte prima e durante i mesi di lockdown, ci hanno fatto conoscere donne indifese e realmente disperate. Solo con un lavoro di rete tra Istituzioni e privato sociale, supportato da personale adeguatamente formato potremo aiutarle a venir fuori dagli inferni in cui molte si trovano”,

conclude Maria Nella Lippi.

Nota: I nomi riportati nelle testimonianze raccolte sono di fantasia, per motivi di tutela e protezione delle sopravvissute

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